«UNTITLED UNMASTERED - Kendrick Lamar» la recensione di Rockol

Kendrick Lamar - UNTITLED UNMASTERED - la recensione

Recensione del 05 mar 2016 a cura di Michele Boroni

La recensione

“Untitled Unmastered” è il non-titolo del nuovo di Kendrick Lamar, uscito a sorpresa sulle principali piattaforme streaming e nei negozi. Si tratta di otto tracce che hanno come “titolo” un numero progressivo e la data di registrazione (in un periodo che va dal 2013 al 2014): da qui si deduce che si tratta di sessioni per la produzione dell'ultimo acclamatissimo da critica e pubblico “To pimp a butterfly”, uscito nel 2015, alcune delle quali già eseguite nei mesi scorsi nei late show di Fallon, Colbert e durante la serata dei Grammy di poche settimane fa.

Outtakes, dicevamo, ovvero pezzi scartati dal disco, ma che non hanno proprio l'aspetto di tracce minori. Come più volte ribadito nelle recensioni, Kendrick Lamar è uno dei pochi artisti, e non solo nel campo dell'hip-hop, a credere ancora nella forma del disco come opera completa, spesso anche basato su un solido filo narrativo (concept album), invece che una semplice raccolta di tracce, singoli e riempitivi. Si deduce, semplicemente, che questi pezzi non si amalgamavano bene all'interno di “To pimp...”.

Le poche note e credit a sostegno ci dicono che i collaboratori sono più o meno gli stessi del disco dell'anno scorso (le voci femminili sono tutte di Anna Wise) e pure l'atmosfera che si respira è di altissimo livello: il disco è molto suonato con strumenti tradizionali, spesso con metriche e dinamiche più vicine al jazz piuttosto che all'hip-hop e R'n'b: nelle Untitled 3, Untitled 4 e Untitled 5 sono abbastanza riconoscibili i giri di basso di Thundercat, e la Untitled 6 (con il featuring di Cee Lo Green) poggia addirittura su un'elegante ritmica di bossanova Sarà che forse dopo i ripetuti ascolti di “To Pimp a Butterfly” ci siamo abituati allo stile ricco e complesso e spesso ostico di Lamar, ma l'impressione è che le tracce contenute in questo Untitled, siano ancora più belle e accessibili di quelle del disco eletto da molti (anche da Rockol) come il migliore del 2015.

Su tutto ovviamente spicca il contenuto delle rime e il flow strepitoso di Kendrick Lamar, tra denuncia e storytelling, teatro (Lamar spesso interpreta vari personaggi all'interno delle sue canzoni) e hip-hop old school. Nella prima traccia, con un rap dritto senza hook o bridge, usa metafore bibliche per criticare le credenze secolari della “moderna America”. La Untitled 3 – già ascoltata al Colbert Report – racconta il punto di vista e i consigli delle varie minoranze (asiani, indiani, neri) sul suo lavoro, mentre il bianco prova solo a sfruttarlo economicamente.
Nell'ultima parte della settima traccia – forse la meno “prodotta” del disco – c'è infine una registrazione domestica di Kendrick solo voce e chitarra con alcuni amici che riporta alla mente certe registrazioni dei primi blues di Robert Johnson, come in una sorta di passaggio del testimone. In pratica, un disco che non possiamo catalogare come raccolta di outtakes, né un semplice mixtape, bensì un'altra pietra miliare di una delle rare voci rilevante della black community oggi.
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