«YOU AND I - Jeff Buckley» la recensione di Rockol

Jeff Buckley - YOU AND I - la recensione

Recensione del 04 mar 2016 a cura di Gianni Sibilla

La recensione




La storia delle origini di Jeff Buckley è avvolta nella mitologia, un po’ come il personaggio. La sua “Hallelujah” è una canzone dalle mille vite e continua ad attirare periodicamente generazioni diverse di ascoltatori - anzi sarebbe bene ci fosse una moratoria su altre cover di quel brano, che continuamente viene riproposto, come se qualcuno potesse aggiungere qualcosa alla versione immortale del figlio di Tim. Ma Buckley non vennero davvero compreso finché fu in vita. La mitologia di Buckley è in larga parte postuma.

I fatti, però, raccontano che i suoi esordi furono complicati; fu anche quell’inizio difficile a non permettere una piena comprensione di chi era e quanto era bravo, tra il ’93 e il ’97, anno della sua scomparsa. L’uscita di “You and I”, nei negozi dall’11 marzo non è solo l’ennesima pubblicazione postuma. E’ un pezzo di quelle origini - ed un bel disco a prescindere.

Come noto, “You and I”, è una raccolta di otto cover e due brani originali registrati allo Shelter Island Sound Studio di Steve Addabbo nel febbraio 1993 e scoperti recentemente.
Buckley nel ’92 aveva iniziato a suonare al Sin-é, un piccolo café irlandese a New York ( l’aveva portato l’amico Glen Hansard, a quel tempo famoso per il suo ruolo in “The Committents” di Alan Parker, ma questa è un'altra storia). I discografici si accorsero di lui e fecero la fila per ascoltarlo e metterlo sotto contratto. Alla fine, ad ottobre del ’92, firmò per la Columbia, e venne preso sotto l’ala protettrice di Steve Berkowitz.

Ma Jeff era indeciso su cosa fare della sua musica, non voleva diventare la nuova star del rock alternativo, e sentiva molta pressione addosso. Così ad inizio del ’93, 4 mesi dopo la firma del contratto, non c’erano ancora piani definiti sul futuro. Lo portarono in studio e da lì nascono queste sessioni - in larga parte inedite. L’idea era di lasciarlo libero di suonare, di modo che fosse se stesso e si sbloccasse. Poi si decise di lanciarlo con basso profilo, con un EP (il “Live at Sin-é”, appunto, a fine del ’93) per poi arrivare finalmente a “Grace” nel settembre del ’94  - che però generò una reazione tiepida.

Le cosiddette “Addabbo sessions” sono a loro volta oggetto di mitologia: qualcosa era trapelato in rete, in giro si legge che furono incisi anche i primi demo di “Grace”.
Di originali “You and I” contiene solo la title track del disco di debutto e “Dream Of You And I”, forse la cosa più toccante di tutto il disco: non è una canzone, è Buckley che racconta e suona l’idea di una canzone, la spiega, ed è la fotografia sonora del momento in cui finalmente si lascia andare - oltre ad avere una melodia bellissima.

Delle cover contenute nel disco, molte sono già note ed amate in altre versioni: da “Calling you” (la colonna sonora di “Bagdad café” - uno dei pezzi in cui Jeff sfodera meglio la sua voce), a “Just like a woman” di Dylan e “Night flight” dei Led Zeppellin, suonata spesse al Sin-é (ed incluse nella Legacy Edition del 2003) alla due cover degli Smiths “ I know it’s over”  e “The boy with the thorn in his side”. Altre erano decisamente meno note, se non sconosciute del tutto, come “Everyday people” di Sly & The Family Stone, non a caso usata come canzone di lancio dell’operazione.

Cosa rende unico “You and I”, in una discografia postuma inevitabilmente sovraffollata, è la qualità delle registrazioni, sia in termini puramente sonori (è stato fatto un ottimo lavoro di restaurazione), sia in termini di contenuto. E’, di fatto, un disco inedito, non soltanto un documento storico.

E’ l’ennesimo sfruttamento post-mortem? Certo, lo si può anche leggere così. Si tratta di un'operazione fatta con cura, e una delle più importanti dalla sua scomparsa. Ma se la pensate in questo modo, vi consigliamo di leggere le note di copertina della madre Mary Guibert, che come sempre ha curato l’operazione. Sono disarmanti: le trovate dopo la Tracklist.

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