Recensioni / 14 nov 2015

Justin Bieber - PURPOSE - la recensione

Voto Rockol: 4.0 / 5
Recensione di Michele Boroni
PURPOSE
Universal (CD)
Lui è Justin Bieber, archetipo del bimbominkia di successo. A 15 anni star su YouTube, a 17 una delle celebrity più potenti dello showbiz secondo Forbes. Al raggiungimento della maggiore età star globale con milioni di dischi venduti, 69 milioni di follower su Twitter e uno stuolo di fans (Belieber) disposte a tutto: il suo terzo disco “Believe” grazie ad importanti collaborazioni è un successo anche di critica. Segue biennio complicato fatti di alcool alla guida e scatti umorali, piccoli atti vandalici e spese sconsiderate.

Questo è il quarto disco della “maturità e rinascita”. Bieber compie così in una manciata di anni tutto il ciclo di ascesa, caduta e redenzione, che di solito le popstar percorrono in una carriera intera.
“Purpose” è stato anticipato dalla pubblicazioni di cinque singoli, tutti rapidamente arrivati in vetta alle airplay, e dalla pioggia di premi ricevuti a Milano agli MTV EMA.  

CHI HA LAVORATO AL DISCO
Anche questo disco, come il precedente, vanta importanti collaborazioni, forse meno appariscenti rispetto a “Believe” (lì c'erano Drake, Nicky Minaj e altre star del mondo hiphop/r'n'b), ma decisamente più influenti e rilevanti nel plasmare il pop contemporaneo. 
I dj Skrillex e Diplo (componente dei Major Lazer, quelli di “Lean On”, il pezzo più suonato di sempre su Spotify) figurano tra i produttori, l'etichetta è la Def Jam (sì, amici, quella Def Jam) e quindi Rick Rubin risulta produttore esecutivo; la gran parte delle canzoni sono scritte con Jason Boyd (conosciuto come Poo Bear, autore di successi per Kelis, Usher e Kelly Rowlands), la ballad del disco è stata composta insieme a Ed Sheeran e poi ci sono i featuring con i lanciatissimi Travis Scott e Halsey anche se non ancora conosciuti al grande pubblico. 

COSA FUNZIONA NEL DISCO
Fa un po' impressione a dirlo, ma in “Purpose” funziona più o meno tutto. Bieber e il suo team di lavoro con questo disco entrano in quel solco di sintesi tra la dance elettronica e il moderno r'n'b che in parte hanno tracciato gli stessi Diplo e Skrillex, ma che qui viene abbinato con buone canzoni pop e grazie alla vocina zuccherosa e lieve di Bieber formano un piacevole contrasto con i bassi da dubstep e le aggressive linee di synth. C'è il pezzo tamarrone con il tiro (“Children”) e la “More than words” del terzo millennio (“Love Yourself”) c'è il midtempo elegante (“Company”) e la canzone della maturità (“Purpose”).
Per quanto riguarda i testi, Bieber affronta in gran parte delle canzoni l'insostenibile leggerezza dell'essere Justinbieber : la vita sotto i riflettori, gli errori adolescenziali ingigantiti all'ennesima potenza, i giudizi degli altri che bucano la pelle. "Io non sono fatto in acciaio / non dimenticare che sono un essere umano, non dimenticate che io sono reale " canta in “I'll show you”. Ma il tutto è raccontato non con rabbia o acredine, bensì con un tono sommesso e introverso, come lo sono anche i titoli “Sorry”, “No sense” “No pressure”.  
Innocenza e techno, zucchero e consapevolezza imbronciata, un'alchimia pressoché perfetta (e qui si vede la mano esperta di Rick Rubin). 

COSA NON FUNZIONA
Nel disco non c'è niente che veramente non funzioni. Certo, è tutto un “being justinbieber”, ma del resto l'hiphop ci ha insegnato che il parlarsi addosso non è più un peccato veniale.  Avendo però visto le recenti performance di Bieber agli EMA e durante l'ospitata a X Factor, l'unico dubbio che rimane è la capacità di giovane canadese nel saper ricreare questo perfetto equilibrio anche dal vivo. Ma potrebbe stupirci anche su questo.

LA CANZONE MIGLIORE
Se si escludono tutti gli ottimi singoli usciti prima del disco (“What do you mean?” e “Where are U know” su tutte), forse una di quelle che svetta è “No sense” che ricorda le atmosfere di Frank Ocean, con il featuring di Travis Scott che sembra uscire dal cilindro di Kanye West, il quale nonostante i rumours della vigilia non figura tra i credits del disco.

LA PEGGIORE
Dentro “Purpose” (abbiamo ascoltato la versione base da 13 canzoni, poi esiste una gold version da 20) non c'è una vera e propria canzone peggiore delle altre. Forse le produzioni di Skrillex giocano un po' sugli stessi schemi (“Sorry” e “Children” si somigliano molto) anche se qui continuano a funzionare.

IN POCHE PAROLE.
Il disco è una perfetta fotografia del pop che funziona oggi e che cattura l'interesse dei giovanissimi ma anche gli amanti dell'elettronica al servizio del pop e della dance.