1989

PaxAM (CD)

Voto Rockol: 4.0 / 5
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di Gianni Sibilla

Oltreoceano è il disco più atteso di queste settimane: se fossimo nel marketing, l'operazione di Ryan Adams verebbe definita "win-win". Vincono tutti. Un "Cover album" di "1989" di Taylor Swift, un cantautore rock che prende il disco pop più venduto dell'ultimo anno, e lo trasforma in un omaggio al suono rock degli anni '80, proprio quelli in cui è nata l'ex stella del country di Reading, che invece si era ispirata al synthpop di quel periodo. La Swift si vede accreditata da uno dei più importanti nomi rock degli ultimi 15 anni (e infatti sta sostenendo il progetto, dicendo che Ryan Adams è uno dei nomi su cui si è formata); Adams trova visibilità fuori dalla nicchia. Gli ascoltatori di Adams apprezzeranno l'ironia, e quelli della Swift riscopriranno canzoni che sanno a memoria. Metteteci che, se i dischi di cover hanno ormai rotto le scatole, rifare un album intero è cosa meno decisamente usuale, e più bislacca: quelli reggae degli Easy Stars All-Star, quelli pazzi dei Flaming Lips, il "Record Club" di Beck - e poco altro (tra cui una tremenda versione di Macy Gray d9 "Talking book" di Stevie Wonder). E metteteci anche Adams lo ha sapientemente raccontato in diretta sui social media. Il gioco è fatto..   

"1989" nella versione di Ryan Adams è un disco che funzona su diversi livelli. Conferma una delle regole d'oro della musica: se le canzoni sono buone - e quelle della Swift lo sono - funzionano con qualsiasi arrangiamento. C'è poi il gioco nel riconoscere le citazioni: Ryan Adams ha fatto un'operazione quasi filologica, riproducendo i suoni del rock anglosassone anni '80, primi '90, infarcendo le canzoni di citazioni più o meno esplicite. In ordine sparso, si sentono riferimenti a: Smiths (e i loro epigoni, tipo Gene e Sundays); Cure, Tom Petty, Bryan Adams, John Cougar Mellencamp, Bruce Springsteen, Toad The Wet Sprocket, i Pixies, i R.E.M., e tutto il "college rock" di quel periodo, i Replacements, Chris Isaak, gli Psychedelic Furs, gli Smithereens, i 10.000 Maniacs, i Curch, e chissà quanti altri. Insomma, se siete cresciuti in quel periodo, è un viaggio nella memoria.

Non tutto funziona, in questo album. Funziona bene quando Ryan Adams si diverte, e mette sottosopra le canzoni: ci sono delle raffinatezze da applausi a scena aperta. E poi ci sono trovate più banali, soprattutto quando Adams si limita a fare versioni acustiche delle canzoni pop: una volta ok, ma dopo un po' il gioco stanca. 

Il rischio in generale è che diventi soprattutto un album per giornalisti, blogger, nerd o per appassionati del genere. Sta di fatto che - questo è l'ultimo livello - questa versione di "1989" è un buon album a prescindere. Eccolo, canzone per canzone.

“Welcome to New York”
Beat e tastieroni aprono la versione originale, con la voce effettata che entra poco dopo. Ryan Adams mette subito le cose in chiaro e si appropria del brano con un’intro acustica a 12 corde, un basso pulsante quasi da U2 e l’elettrica che entra sul ritornello, e una coda finale con tastiere. Parte come canzone di John Cougar Mellencamp - se avesse messo il riverbero sulla batteria, il gioco sarebbe completo - e finisce come una dei Church.

“Blank space”
La versione originale giocava tutto sul ritmo costruito dalla scansione delle parole. Qua Adams va sul sicuro: una chitarra acustica e la voce che rallenta il testo. Sul finale entrano gli archi e tastiere. E’ il primo riferimento a “I’m on fire” di Springsteen - che verrà sviluppato alla perfezione in “Shake it off” - e in generale al rock acustico di quel periodo.

“Style”
La versione originale era un perfetto esercizio di stile sui suoni pop-rock da radio, tra anni ’80 e ’90. Qua Ryan Adams fa un gioco simile alla canzone precedente, sovvertendola: la velocizza, “pompa” la canzone con chitarre elettriche che sembrano arrivare da Bryan Adams e dal rock da radio FM di quel periodo.

“Out of the woods”
La stratificazione sonora della versione originale (batterie, tastieroni, voci campionate ed effettate) diventano una ballata folkeggiante che ricorda certe cose acustiche dei R.E.M. di quel periodo (“Swan swan H” e giù di lì). Non funziona, però: perché il bello era il ritmo delle parole di Taylor Swift, e qui invece Ryan Adams la canta come un lamento. Bella l’apertura la coda finale, che ricorda le atmosfere malinconiche degli ultimi Smiths - ma il gioco è lo stesso di “Blank space”.

“All you had to do was stay”
Parte con un basso quasi da Pixies (“Gouge away”), poi entra una chitarra che più più anni ’80 non si può, a cui si aggiungono le 12 corde sul ritornello. Qua dentro ci sono tante di quelle cose che è difficile citarle tutte: gli U2, gli Smiths, il college rock (gli ultimi Replacements, gli Smithereens…). Bellissima versione ma…

“Shake it Off”
…non bella quanto questa. Qua è Ryan Adams è da applausi: prende il pop contagioso dell’originale e lo suona come se fosse il Bruce Springsteen di metà anni ’80. “Shake it off” sembra una cover di “I’m on fire”, con il ritmo fatto dalle bacchette, il fraseggio della chitarra, la voce, la tastiera un po’ plasticosa… Geniale. E godibile.

“I wish you would”
Anche qua, il gioco si ripete: il pop ad effetto viene rallentato in una versione acustica e minimale, con la chitarra in sottofondo che sembra uscire dai Cure di “Disentegration” o da qualcosa degli Psychedelic Furs. Un’altra bella coda strumentale.

“Bad Blood”
Inizia con una chitarra acustica alla  “Wonderwall” - che Adams ha reinterpretato anni fa, con lo stesso metodo di scarnificazione spesso qua usato. Ryan Adams trasforma il pop sincopato in mid-tempo rock pressoché perfetto, sempre con la chitarrina alla Smiths-Cure in sottofondo.

“Wildest dreams”
Altra versione da applausi. L’originale era scura, quasi cupa, con tastiere e archi. Ryan Adams la apre con un arpeggio di chitarra elettrica da Tom Petty o da primi R.E.M. che sostiene tutta la canzone, la rende solare. La coda finale con le chitarre elettriche che si intrecciano è pura classe.

“How you get the girl”
Altro brano semplificato con una chitarra acustica e voce un po’ lamentosa, con qualche arco. Nulla di che.

“This love”
Nell’originale, è una ballata, uno dei pochi momenti più calmi del disco. Anche qua è una ballata, ma quasi spettrale, basata sul pianoforte, ed un po’ di chitarra. La melodia funziona perfettamente su questa base.

“I know places”
Altri piccolo gioiello: il pop sincopato prende venature western, con “twang” e chitarre alla Chris Isaak, e un paio di passaggi con chitarra elettrica arpeggiata alla R.E.M..

“Clean”
Pop elettronico trasformato in pop rock da manuale: questa è la canzone che sembra più “Smithsiana”, con un ricamo di chitarra che sembra uscita da “There is a light” that never goes out” - e la melodia che non è troppo distante da quel capolavoro. Gli Smiths dovevano essere l’ispirazione principale del disco, diceva Adams: sono solo una delle tante, qua la più evidente, per un disco che, a parte qualche momento di stanca, è divertente e piacevole a prescindere dal fatto di essere di cover.