«RATTLE THAT LOCK - David Gilmour» la recensione di Rockol

David Gilmour - RATTLE THAT LOCK - la recensione

Recensione del 21 set 2015 a cura di Claudio Todesco

La recensione

David Gilmour non prende sulle spalle il carico della leggenda dei Pink Floyd. “Rattle that lock”, quarto lavoro solista del chitarrista inglese, è l’album di un musicista che non si cura della pesante eredità della band di “The dark side of the moon”. Al valore musicale, concettuale e storico di quel lascito contrappone un disco assemblato con formidabile bravura, fatto di chiaroscuri, marchiato dai segni chitarristici inconfondibili, mosso da qualche momento inatteso e altri come ci può aspettare dalla sua storia. All’atmosfera affascinante ma sedata di “On an island”, l’ultimo suo album solista risalente al 2006, il musicista contrappone una raccolta di canzoni che forse riflette il modo in cui il lavoro è stato concepito: Gilmour ha cumulato registrazioni nell’arco di cinque, sei anni, per poi rielaborarle negli ultimi due, interrompendosi giusto per lavorare a “The endless river” dei Pink Floyd. Ne è uscito un lavoro piuttosto vario che mette in fila frammenti musicali intensi e arrangiamenti raffinatissimi ad altri meno originali. A legare le 10 canzoni, 14 nella versione deluxe, c’è un concept: i pezzi rappresentano i pensieri e gli stati d’animo di una persona nell’arco della giornata, ma il tema è piuttosto vago. Dai testi emerge piuttosto un incitamento a vivere pienamente la propria vita, qui e ora, forse perché Gilmour, 70 anni nel marzo 2016, si confronta qui con storie di vita e di morte. Se alla fine di “On an island” ci congedava con l’immagine di lui e della moglie che tornano a casa pigramente a braccetto, in “Rattle that lock” rivolge lo sguardo spesso all’esterno, senza rinunciare a momenti autobiografici. Ecco il disco, canzone per canzone.

5 A.M.
L’abbrivio è perfettamente coerente con lo stile chitarristico che ha reso celebre Gilmour: atmosfera sospesa, note di chitarra tenute a lungo, piani di tastiera. In più, l’orchestrazione del polacco Zbigniew Preisner già presente su “On an island” e nel “Live in Gdansk” dove dirigeva la Polish Baltic Philharmonic Orchestra. Il titolo si ricollega al vago concept che Gilmour ha usato per mettere in sequenza le canzoni: la giornata del protagonista – Gilmour, cioè –evidentemente inizia alle 5 di mattina. Curiosamente, l’album solista di Roger Waters “The pros and cons of hitch hiking” iniziava con una canzone titolata “4:30 AM”.

Rattle that lock
È la canzone che ha lanciato l’album, con la quale Gilmour si è scrollato di dosso l’aria da cantore indolente di “On an island”. Un incitamento a liberarsi da ogni tipo di catena, politica, sociale o personale, è uno dei pezzi più immediati del lavoro, con la voce di Gilmour lievemente più aggressiva del solito, mentre un tocco cinemascope è fornito dal Liberty Choir, coro londinese che tiene lezioni di canto nelle carceri. In bocca a loro, l’incitamento a spezzare le catene assume un significato in più. Musicalmente, la canzone parte dalle note che precedono gli annunci nelle stazioni ferroviarie francesi che Gilmour sentì e registrò a Aix-en-Provence, mentre il testo scritto da Samson è ispirato dal secondo volume del “Paradiso perduto” di John Milton, che viene addirittura riprodotto nel box set deluxe di “Rattle that lock”.

Faces of stone
Il primo grande pezzo dell’album. È la descrizione di una giornata passata dal chitarrista con la madre negli anni ’70, dopo che le era stata diagnosticata una forma di demenza. Introdotta da coppie di note al piano, ha un’aria folk mossa con grande abilità da qualche francesismo sonoro e persino echi di musica circense. Tra gli strumenti usati c’è il Calliope, una sorta di organo a canne a vapore (quello usato dai Beatles in "Being for the benefit of Mr. Kite!").  L’effetto è straniante e perfetto per commentare la storia dell’incontro: “Parlavi della tua giovinezza, ma gli anni s’erano seccati come foglie”. Un arpeggio ricorda “Hey you”, l’assolo è Gilmour al 100%. Qui il chitarrista e il co-produttore del disco Phil Manzanera mostrano doti di fini orchestratori.

A boat lies waiting
Un altro pezzo carico di pathos, questo dedicato all’amico Richard Wright, tastierista dei Pink Floyd e spalla ai tempi di “On an island”, disco e tour. Nato da una registrazione di Gilmour al pianoforte risalente a 18 anni fa che effettivamente appare nella seconda parte del pezzo – il chitarrista afferma di sentirci gli strilli del figlio Gabriel, allora neonato – il pezzo si basa anche sulla performance di Roger Eno il cui pianoforte anima un quadretto intriso di sentimento e nostalgia, musicato in modo raffinato. Il testo – “Senza di te vado alla deriva a bordo di questa triste barcarola” – è ispirato dall’amore per il mare di Wright e all’andamento dondolante della parte di pianoforte. A un certo punto compare la voce del tastierista: “It’s like going into the sea, there’s nothing”, dice. La voce di Gilmour, impegnato sul suo registro più alto, è raddoppiata da quella degli amici David Crosby e Graham Nash. La canzone si spegne subito dopo l’ultima frase del testo, con l’immagine di Wright che naviga verso la morte, come se non ci fosse null’altro da aggiungere.

Dancing right in front of me
L’attacco rimanda a “Michelle” dei Beatles, mentre la sospensione del terzo accento delle battute dà l’impressione di ascoltare un valzer. Ma se è un valzer, è una sorta di valzer cosmico in cui Gilmour (il testo è suo) si rivolge ai figli, un altro invito a prendere metaforicamente il volo. Il back-up chitarristico è formato da brevi figurazioni che rimandano allo stile di Mark Knopfler, mentre ciclicamente timbri scuri di chitarra elettrica e frasi ascendenti e discendenti degli archi cambiano lo scenario. All’incirca a metà dei suoi 6 minuti di durata Gilmour piazza un breve assolo di pianoforte dal sapore jazz.

In any tongue
Il pezzo più “pinkfloydiano” della raccolta è anche uno dei più risaputi, una canzone a tema sulla guerra suonato col figlio Gabriel al pianoforte in cui Gilmour si produce in un assolo sul modello irraggiungibile di quello di “Comfortably numb”. Il testo di Samson non brilla e qua e là cade in una retorica stantia: “La parola ‘mama’ è uguale in tutte le lingue”. Bello però l’effetto sonoro che rafforza la pronuncia della parola “How” con cui si aprono i ritornelli.

Beauty
Il secondo di tre strumentali dovrebbe esprimere, recita la sinossi diffusa col disco, meditazioni sulla gioia di vivere. Lo schema tappeti di tastiere d’atmosfera + chitarra è ravvivato da interventi di pianoforte di Roger Eno e di un’armonica basso.

The girl in the yellow dress
Una delle sorprese dell’album, un pezzo jazzato adatto ad essere suonato in un club e lì ambientato. La canzone risale al 2004, quando ne fu registrata una prima traccia base, e si apre col suono di un contrabbasso e con i tocchi di piano di Jools Holand. Lo sviluppo della composizione è piacevolissimo, ma quasi stereotipato. Sullo sfondo s’ascolta la cornetta di Robert Wyatt, mentre il sassofonista Colin Stetson, spesso veemente (da ascoltare i suoi volumi di “New history warfare”), tira fuori il suo eloquio più morbido e sinuoso. E sì, ovviamente c’è la batteria suonata con le spazzole. Il testo, scritto da Samson ispirandosi a un dipinto di Johnny Dewe Mathews, è la fotografia di quel che accade in un locale quando entra in scena una “ragazza dal vestito giallo”. È l’unica canzone in cui Gilmour suona solo la chitarra: altrove si misura con tastiere d’ogni tipo e col basso.

Today
Il concept del disco si chiude idealmente con questo invito a “chiudere gli occhi e dormire”, un funk-rock con tre piani elettrici (Gilmour, Jon Carin e Mike Rowe) e cori femminili (Mica Paris e Louise Marshall). Quando la canzone sembra avere esaurito le cose da dire, cambia direzione. Il pezzo nasce infatti dall’idea di Phil Manzanera di unire tre diverse composizioni che Gilmour aveva scartato, ma il tentativo di mischiare le carte trasformando la composizione in qualcosa di più complesso finisce per renderla lievemente pasticciata.

And then…
Un finale sospeso, un nuovo strumentale in cui Gilmour alla chitarra elettrica (ma anche a tastiere, piano elettrico e basso) è affiancato dalla batteria di Andy Newmark e dalle percussioni di Danny Cummings, più le orchestrazioni di Preisner. Ennesima variazione sul tema di “Shine on you crazy diamond”, stupisce giusto per l’ingresso sul finale di una chitarra acustica. Un finale rappacificante, il cui titolo che lascia intendere un qualche tipo di seguito. Gilmour promette che non farà passare altri nove anni prima di pubblicare un nuovo album.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.