«HOURS - David Bowie» la recensione di Rockol

David Bowie - HOURS - la recensione

Recensione del 07 ott 1999

La recensione

52 anni, «sette giorni da vivere o sette modi di morire», come canta in “Seven”, David Robert Jones - per il mondo David Bowie - fa i conti con le ore passate e quelle che rimangono. C’è un angelo ad accoglierlo e a consolarlo nei suoi ultimi attimi, e sulla copertina del disco quell’angelo ha il suo volto. “Hours” ha voglia di esorcizzare il buco nero che aspetta tutti – prima o poi, meglio poi – tornando ai bei tempi andati, quando una chitarra acustica e la voce erano compagne di viaggio sufficienti per ghermire il mondo alle spalle con “The Man who sold the world” o lanciarlo in orbita con “Space oddity”. Tolti gli orpelli e le elucubrazioni intelli-tecno alla sua musica , e assistito dal suo partner di decennale fiducia, il chitarrista Reeves Gabrels, Bowie si veste di bianco ma lascia a casa il Duca e regala ai fans un disco virginale, semplice, dai cori appena accennati, con dentro scolpito a chiare lettere il suo modo di scrivere canzoni. Sono passati trent’anni dagli esordi e ci sono ancora più possibilità che Bowie scriva un capolavoro piuttosto che una schifezza. Se le canzoni di questo disco non superano quasi mai il 7 di media, è anche vero che nessuna va mai sotto quel voto: si chiama qualità, e rende questo album sottilmente più affascinante e fruibile di spericolati esperimenti concept (“Outside”) e ritmici (“Earthling”), sicuramente più ‘artistici’ ma anche più discontinui. Il messaggio – in perfetto stile ‘nuova sinistra’ - è ‘normalizzare’, e una canzone come “The pretty things are going to hell” lo dimostra: qualche anno fa avrebbe fatto felici i Tin Machine, se soltanto avessero potuto suonarla dal vivo con il loro carico dirompente di furore, mentre qui diventa una sorta d’omaggio al magico mondo di Marc Bolan e i suoi T. Rex, un culto retrò piuttosto che un’accelerata in avanti. “Thursday’s child” muove il cuore, per quanto lascia penetrare dentro il ‘vero’ Bowie, e lo stesso fanno “Survive”, “Something in the air” e “Seven”. Forse è vero, come ha opinato qualcuno, che è inutile, e forse anche poco onesto, tornare a fare a 52 anni il se stesso teenager degli anni ’70, ma l’impressione è che in questo disco ci siano una tenerezza e una fragilità oneste, una voglia di ritornare per un attimo alle consolazioni di quando le canzoni erano tutto. E per giunta Bowie lo fa senza rinnegare niente, anzi: tra le righe delle canzoni, come simpatici ipertesti, appaiono e scompaiono frammenti del passato, sprazzi berlinesi, accenni post-punk a la “Scary monsters” e i cari vecchi “Cani di diamante” di Earl Slick. L’algido Bowie parla col cuore: chi se lo sarebbe aspettato?
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