«ALGIERS - Algiers» la recensione di Rockol

Algiers - ALGIERS - la recensione

Recensione del 30 mag 2015 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Una cosa così non s’era mai sentita. Il suono è vibrante eppure stilizzato, da pop d’avanguardia: beat marziali, strumenti effettati, bordoni di tastiere elettroniche, cori gospel da giorno del giudizio. Il cantante racconta l’America con tono spiritato, mettendo assieme i canti degli schiavi di fine Ottocento e i cori di protesta di Ferguson, Marx e il soul anni ’60. Sono gli Algiers, il trio americano che ha regalato un suono nuovo alla canzone di protesta. Scrivono pezzi potenti, perfettamente dentro il pop contemporaneo fatto di segni sonori cumulati con parsimonia ed efficacia, in una sintesi di strumenti acustici, elettrici ed elettronici che suona perfettamente naturale. E firmano un disco folgorante, seducente e sinistro, intenso e selvaggio, saturo di fervore militante. L’esordio del momento.

Sono in tre e vengono da Atlanta, la città della Coca Cola e di Martin Luther King. E anche se oggi vivono in giro per il mondo – il cantante afroamericano Franklin James Fisher a New York, il bassista Ryan Mahan e il chitarrista Lee Tesche a Londra – il Sud è rimasto dentro gli Algiers. Non quello idealizzato fatto di ville antebellum, viali di querce sempreverdi e soul food servito da mamie prosperose, ma quello fatto di centri commerciali, povertà, abbrutimento, soprusi della polizia. Ed è trasfigurato, questo Sud, grazie a un linguaggio immaginifico e vibrante. Non è un fumetto e nemmeno una cronaca di vita nel ghetto. È un sermone pagano dove immagini bibliche spiegano Baltimora e il tempo che viviamo ha le sembianze dell’apocalisse. Fisher s’impone come voce del giusto, però senza i moralismi o i luoghi comuni che abbruttiscono certa musica politicamente impegnata. I testi sono a volte d’incerta decifrazione, i temi dei diritti civili, del sesso, della religione, della decadenza, dell’alienazione e del potere non sono trattati e risolti come in un saggio antagonista, ma esposti in piccole parabole appassionate che incitano a una reazione emotiva, a combattere la frustrazione, a reagire all’apatia.

Fisher è cresciuto col gospel. Da ragazzo lo sentiva provenire dalla radio, dallo stereo di casa, dai cori in chiesa. Oggi usa il pathos e la forza espressiva di quella musica non per lodare il Signore, ma per raccontare la contemporaneità con rabbia. Il gospel è nel suo canto declamato con passione, è nei cori maschili che evocano il calore di una comunità, è nella spinta all’aggregazione sottintesa alle canzoni. Ma per gli Algiers il passato non è un feticcio. Il gospel è calato in un ambiente sonoro plasmato da sintetizzatori, campionamenti, programmazioni, e strumenti “preparati” che suonano in modo volutamente insolito e misterioso. Come se Nick Cave e Nina Simone si fossero ritrovati a cantare nei Suicide. E così la musica degli Algiers ha la crudezza elettronica della band di Alan Vega, i suoni gelidi della contemporaneità, le distorsioni chitarristiche e gli spigoli del post punk, i rumori dell’industrial, lo spirito del punk-rock, ma anche il conforto derivante da una voce che per impeto ed espressività si riallaccia ai grandi cantanti afroamericani del Novecento oppure incita con rauca veemenza alla rivolta fino a saturare il suono. Il tono è ora tormentato, ora teso, ora selvaggio. Gli arrangiamenti sono stilizzati e densi, i colori carichi, l’espressività viva, come nella formidabile “Blood”. Per trovare qualcosa di famigliare bisogna ascoltare “Irony. Utility. Pretext.”, che fa fare un salto indietro all’epoca dei synth anni ’80, e “Games” che ha l’eleganza ferita del repertorio di Nina Simone.



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In antitesi col distacco ironico di cui s’alimentano oggigiorno il rock e il pop, “Algiers” rilancia un’idea di musica che mira a scuotere dall’apatia, che è cosciente del passato – il sito della band cumula segni, immagini, foto che vanno da Marx ai Public Enemy passando per il Weather Underground – ma non passatista. E lo stesso vale per la musica. Essenziale e potente, mette assieme stili che fino a ieri sembravano inconciliabili – ecco perché suona così nuova e stimolante, un mondo da esplorare. Convinti che “nella seconda metà del ventesimo secolo la chitarra ha commesso più crimini pop di qualunque altro strumento”, gli Algiers hanno costruito un microcosmo sonoro originale e lontano dai clichè del rock, inventando un ibrido gospel-noise che è spirituale e viscerale almeno quanto i cori che il piccolo Fisher ascoltava in chiesa. E anche se i rapporti razziali nell’America di Obama sono l’ultima delle vostre preoccupazioni, in “Algiers” troverete un nuovo tipo di bellezza, funerea e intimidente.
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