«KINTSUGI - Death Cab For Cutie» la recensione di Rockol

Death Cab For Cutie - KINTSUGI - la recensione

Recensione del 31 mar 2015 a cura di Claudio Todesco

La recensione

C’erano cocci da rimettere assieme, ferite da sanare, equilibri da ristabilire. Ecco perché è saltato fuori questo titolo, “Kintsugi”. Indica l’arte giapponese di aggiustare ceramiche rotte usando come collante materiali preziosi. Le giunte non nascondono i danni, li valorizzano. Strati d’oro e d’argento ricompongono tazze e vasi rendendoli nuovamente pregiati. È un po’ quello che fanno i Death Cab For Cutie in quello che gli anglofoni chiamano “break up album”. Nel senso che alcuni testi di “Kintsugi” riflettono sulla fine del matrimonio del cantante Benjamin Gibbard con l’attrice Zooey Deschanel, quella della serie ‘New girl’ e del duo She and Him. E perché, mentre lo incideva, la band americana si stava separando da Chris Walla, che oltre a esserne il chitarrista ne era anche l’anima musicale e il produttore. Due divorzi, un futuro da reinventare e un po’ d’argento per rimettere assieme i pezzi.

“Non so come cominciare, ci sono troppe cose che non ricordo”, canta Gibbard mentre “No room in frame” prende lentamente forma. “Kintsugi” inizia col ritorno a Seattle del cantante che si era trasferito a vivere in California con Deschanel, quella stessa California che un tempo aveva descritto come “il ventre della bestia”. Oggi canta che “non c’era posto per due nell’inquadratura” in una ballata che potrebbe provenire da uno qualunque degli ultimi album dei DCFC se non fosse per certe coloriture elettroniche. L’amarezza che pervade “Kintsugi” deriva da canzoni come “Black sun” e “The ghosts of Beverly Drive” che sembrano raccontare in modo disincantato la fine della relazione con l’attrice sullo sfondo dei panorami di Los Angeles. Oppure “You’ve haunted me all my life”, su un amore atteso e mai arrivato che ha la stessa ammaliante tristezza dei classici dei DCFC.





Registrato con Rich Costey, il primo produttore esterno ad essere coinvolto dalla band, “Kintsugi” non cambia radicalmente il sound dei DCFC. È lievemente più essenziale, fioriture elettroniche punteggiano le canzoni, c’e la sensazione che la band abbia voluto fare un passo indietro rispetto alla pulizia sonora dei lavori precedenti. Anche la “leggerezza” del disco del 2011 “Codes and keys” se n’è fatalmente andata e “Kintsugi” mette in fila arpeggi meditativi, qualche distorsione e un vago sentore di new wave britannica. Di certo Gibbard non ha perso il gusto per le melodie ammalianti e per la scrittura di testi che raccontano un’intera storia attraverso poche immagini, come “Little wanderer”, su quel che accade quando la persona che ami vive in un altro fuso orario e ci si ritrova ad abbracciarsi nell’area ritiro bagagli degli aeroporti. Il talento di songwriter di Gibbard è intatto e gli basta poco, qualche verso dalla melodia ascendente e una chitarra acustica, per raccontare la desolazione del divorzio in “Hold no guns”.

Pur non avendo la vitalità quasi festosa del disco solista di Gibbard “Former lives”, una chicca uscita senza troppo clamore tre anni fa, “Kintsugi” non è un album deprimente. Anche quando racconta di una separazione tanto dolorosa da farti scavare nel ventre della Terra, come accade in “Everything’s a ceiling”, il gusto melodico e la voce leggera di Gibbard evocano, se non un lieto fine, almeno un pizzico di luce. E poi una canzone come “Good help (Is hard to find)” potrà pure parlare di accordi prematrimoniali, ma è la cosa più pop – anzi, disco – che la band abbia inciso. Il romanticismo giovanile di un tempo trascolora nell’amarezza adulta di oggi e non sempre il trio riesce a tirarci fuori pezzi degni di essere ricordati, eppure l’album trova un suo equilibro nel contrasto fra il tema drammatico e le performance controllate. E anche se “Kintsugi” non è neanche lontanamente uno dei lavori migliori dei Death Cab For Cutie, Gibbard è riuscito a rimettere assieme i pezzi della band, e della sua vita.
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