«FROM THE VERY DEPTHS - Venom» la recensione di Rockol

Venom - FROM THE VERY DEPTHS - la recensione

Recensione del 30 gen 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

I vecchi amici spesso si perdono di vista. Anzi, quasi sempre, forse per l’intrinseca convinzione che un’amicizia solida sia in grado di resistere alla distanza e all’assenza di contatti. Non è sempre vero, ma funziona in molti casi... e i Venom sono un po’ come l’amico d’infanzia che ogni tanto rispunta: a volte è un gran piacere rivederlo, altre ti domandi cosa diavolo gli sia successo e come abbia fatto a ridursi così – e non puoi fare a meno di rimpiangere quanto vissuto (ascoltato) più di 30 anni fa.
Questo nuovo “From the very depths” è un incontro piuttosto piacevole, in realtà, per rimanere in metafora. Ma non è esente da pecche.

Partiamo dal presupposto che la golden age dei Venom (a livello di potenza espressiva, innovazione e spinta iconoclasta) si è esaurita più o meno a cavallo fra il secondo e il terzo album – parliamo quindi di 32 anni fa, circa; eppure non per questo il gruppo, che ha comunque continuato a sfornare dischi, deve essere considerato alla stregua degli zombie che ripetono automaticamente e imperterriti i gesti che compivano da vivi... semplicemente ha acquisito quello status in cui si fa tesoro di quanto fatto in passato e si cerca di tenere fede a una reputazione, magari con una buona dose di mestiere. E (cosa in cui i Venom riescono quasi sempre) si cerca di mantenere una solida identità.

In quest’ottica i Venom hanno vinto, a dispetto di chi li vorrebbe vedere in un museo e fermi ai tempi di “Black metal”. Però è innegabile che un album come “From the very depths” comporta uno sforzo, da parte dell’ascoltatore old school, piuttosto grande – a meno che non appartenga alla nutrita schiera di adepti che hanno fatto atto di fede e, semplicemente, adorano tutto ciò che ha il logo della band di Newcastle impresso. Il motivo è che, oltre ai tempi, ormai è cambiata tante volte la formazione (e si sente), ma anche il modo di presentare la propria musica... come se Cronos – ultimo Venom originale rimasto in formazione – avesse una cronica (perdonate il calembour) ansia di mostrarsi al passo coi tempi, incorporando delle sonorità e una produzione che non sempre vanno a nozze con il suo sanguigno songwriting metal-punk.



Quello che abbiamo in mano è, dunque, un disco divertente, che – più di altri del passato recente venomiano – sembra tentare di evocare lo spirito e l’attitudine dei vecchi tempi.
A settare il mood è il primo pezzo, ovvero una intro in puro stile satanic metal anni Ottanta: niente musica, solo rumori ed effetti sonori in stile “discesa all’inferno”... un escamotage ingenuo, se vogliamo, ma perfetto per stuzzicare la nostalgia di un’era metallica ormai lontana. Da qui in poi si parte con la satanic-black-rumba: i riff sono godibili, Cronos (anche se un po’ sotto sforzo a tratti) canta come ci si aspetta da lui, i testi non deludono – satanismo e rock’n’roll life macchiettistica: un combo solo apparentemente disprezzabile, che dà sempre soddisfazione... per cui fin qui tutto bene.
A ferire il cuore di chi non ha venduto incondizionatamente l’anima a Cronos è, invece, una produzione moderna, accompagnata da un lavoro della chitarra troppo diverso da quello a cui il buon Mantas (chitarrista originale) ci ha abituato e con cui ha forgiato il sound del gruppo. Stesso discorso vale per la batteria, che suona piuttosto innaturale. Insomma, come sarebbe un pezzo come “Long haired punks” (o “Death of rock’n’roll”, per citarne solo due) in mano alla sacra trimurti Cronos/Abaddon/Mantas? È difficile non chiederselo – così come è difficile non rispondersi che suonerebbe molto più punk. E quindi più venomiano di questi Venom.

Non è niente male il disco, considerando l’età della band e i pericoli che ciò comporta. Ma non è davvero possibile fingere che tutto sia rimasto come nel 1983, anche se molti si scandalizzeranno e urleranno all’eresia, perché i Venom non si contestano.
È giusto riconoscere a “From the very depths” i suoi meriti, ovvero quelli di un disco divertente, ruspante e con un tocco di nostalgia a cui non è possibile restare indifferenti. Però quella specie di vezzo ,vagamente nu-metal anni Novanta, che ogni tanto fa capolino non è facilmente digeribile (“Smoke” ne è un esempio).
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