Recensioni / 27 gen 2015

J-Ax - IL BELLO D'ESSERE BRUTTI - la recensione

Voto Rockol: 3.5 / 5
Recensione di Fabrizio Zanoni
IL BELLO D'ESSERE BRUTTI
Newtopia (CD)



Sono cresciuto con J-Ax. Avevo 20 anni quando iniziai a passare in radio il primo 45 giri degli Articolo 31. Forse preferivo il lato B “6 quello che 6” ma, amando il rap italiano in un periodo dove il genere praticamente non esisteva, passavo lato a, lato b e, se avessi potuto, avrei fatto suonare anche la grossa copertina di cartone. Era il periodo degli Onda Rossa Posse, di Dj Gruff, del primo singolo di Frankie Hi-Nrg, Solo Zippo gli Otierre e pochi altri. Ci si accontentava anche di ibridi come gli Aeroplanitaliani di Alessio Bertallot. Bastava sentire parole in metrica.
“Strade di città” è stato il primo album rap italiano di grande successo commerciale seguito poco dopo da“Verba manent” di Frankie Hi-Nrg. Franco Godi, il produttore di tutti i dischi di J-Ax fino al precedente "Meglio prima (?)" del 2012, promise ai due ragazzi della provincia milanese un viaggio a New York se il disco avesse venduto 50.000 copie, ne fece quasi il doppio.
Inizia così il viaggio nella discografia di Alessandro Aleotti. Quasi 25 anni in musica, con vari cambiamenti a partire dalla separazione con Dj Jad e lo scioglimento degli Articolo 31, il cambio di sonorità, l'introduzione del cantato, il disco con l'ex nemico Neffa, ora uno dei suo più fidati collaboratori (co-firma ben 5 canzoni, qua). Sono stati anni in cui Ax ha cambiato idee su cose e persone (“Non me la fumo più con i fuori dal coro”) ha visto la sua popolarità scendere e risalire, ha vinto un reality in qualità di giudice facendo incazzare gli haters che gli rimproverano una inesistente incoerenza con l'efficace chiusura della splendida “S.N.O.B” (“Se fallisco faccio il muratore mica Music Farm”). Il talento principale di J-Ax è stato, a mio avviso, quello di avere sempre avuto qualcosa di intelligente da dire e di essere maledettamente capace di buttarlo giù in metrica. Una longevità simile nel rap non è acqua fresca soprattutto se non sei finito a cantare per 20 anni “Tranqi Funky” alla sagra dello gnocco fritto.
“Copiare te stesso libera meno dolore che farsi tagli nel cuore e nel sangue cercare le parole” recita in un brano del nuovo album. Ax si è messo in gioco varie volte, non hai inseguito la hit a tutti i costi o il lentone paraculo cuore/amore in salsa vita di strada. La sua qualità media di scrittura è tale che tra i miei pezzi preferiti potrei citare diverse canzoni che non hanno nemmeno visto luce sui suoi album: “Quelli come me”,“Così mi tieni”, “Cavaliere senza re”, “Snob reloaded”.

“Il bello di esser brutti” è indubbiamente un disco molto importante per la carriera di J-Ax, il primo senza la Best Sound e senza Franco Godi, il primo da produttore di se stesso in quella Newtopia che è partita con il piede giusto visto il successo del disco di Fedez, suo compagno di avventura e co-finanziatore di questa etichetta. Un lavoro importante anche nel numero di tracce, ben 20, tutte con un loro perché, con una storia da raccontare, niente roba buttata lì tanto per fare minutaggio. Poi, ovviamente, i gusti son gusti e non tutto può e deve piacere. Ad esempio il ritornello di “Bimbiminkia4life”, duettata con Fedez, mi ricorda troppo un pezzo di “Bella addormentata nel Bronx” del socio di etichetta mentre “Caramelle”con Neffa sembra la decima traccia di “C'eravamo tanto odiati”. Personalmente preferisco il J-Ax rapper a quello rocker e canterino a cui mettono ancora i bip della censura su certe parole.
I capitoli più interessanti? Personalmente ho apprezzato il dialogo immaginario di “Tutto o niente”, le riflessioni autobiografiche dell'”Intro” che, a dispetto del fatto che sia orfana di un titolo, a mio avviso è uno dei pezzi più belli del disco, oppure l'omaggio a Freak Antoni in “Ribelle e basta”. Trova posto anche un ritorno sul luogo del delitto: un nuovo pezzo ad omaggiare la fogliolina verde dagli stupefacenti effetti: “Maria Salvador”. In “Hai rotto il catso” chi ha buona memoria ritroverà il rabbioso urlo di “Mollami” mentre “The pub song” ha un attacco che sarebbe piaciuto a Jannacci o al Pozzetto degli anni ispirati.
Bentornato signor Aleotti, sei la storia del Rap italiano ma non ti sei addormentato sul piedistallo, rimanendo a livello del meglio di almeno tre differenti generazioni di rapper. Non smettere di raccontarci il tuo mondo, non spegnere la tua rabbia: eri e resti credibile. E non è poco.