«BLACK MESSIAH - D'Angelo» la recensione di Rockol

D'Angelo - BLACK MESSIAH - la recensione

Recensione del 16 dic 2014 a cura di Michele Boroni

La recensione

La prima domanda da farsi è: come ci si pone di fronte al nuovo disco di D'Angelo?
Breve e doveroso rewind. Michael Eugene Archer, in arte D'Angelo è un cantante, musicista e compositore di black music che ha realizzato due dischi in vent'anni, due pietre miliari in ambito new soul e R&B. L'ultimo - “VooDoo”, targato 2000 - era un piccolo capolavoro in cui D'Angelo si impose come un nuovo Marvin Gaye. Da allora la vita del cantante è stato un susseguirsi di lunghi silenzi, disintossicazioni, carcere, crisi mistiche, brevi tour bruscamente interrotti e lunghissime session in studio nel tentativo di dare un seguito al disco che all'inizio del nuovo millennio mise d'accordo pubblico e critica.
Il risultato, più volte rinviato, è finalmente arrivato attraverso la strategia del disco a sorpresa di fine anno che oggi va tanto di moda.
Ma attenzione, “Black Messiah” è lontano mille miglia dall'operazione di marketing di Beyonce. Nessun contratto in esclusiva, nessuna sofisticata strategia virale, solo una semplice party di ascolto a Manhattan organizzato da Questlove dei Roots che da qualche anno è diventato una sorta di portavoce-amico-mentore di D'Angelo.
Come porsi quindi di fronte a questo disco frutto di dieci anni di lavoro, dieci anni in cui la musica nera è assai cambiata, si è ormai sposata con la cultura hip-hop e con la EDM, in parte volgarizzandosi e in parte sempre più sofisticata, diventando il vero mainstream globale?
Dimenticandosi innanzitutto dei format furbetti di Pharrell, del contemporary di Timbaland o dell'ego straripante dei vari Kanye West o Jay Z. Qui ci troviamo di fronte a un disco che parla il linguaggio soul di Marvin Gaye, che ha l'urgenza dello Sly Stone di “That's a riot goin' on”, la psichedelica black dei Funkadelic e la sfrenata carica sensuale del primo Prince.
“Black Messiah” è una racconta di funk torrido, stratificato, non sempre di facile ascolto (ma anche con un paio di singoloni come “Really Love” e “Sugah Daddy”). Gli unici segni di contemporaneità sono dati dalla lezione impartita da J Dilla (“1000 deaths” che riporta ai casi recenti di Ferguson e “Till it's done”) , con quei beat sghembi e dissonanti e dal drumming sempre in primo piano di Questlove. Nessun featuring altisonante (solo Q-tip e Kendra Foster come collaboratori ai testi), solo grandi musicisti (il basso senza tasti di Pino Palladino è sempre presentissimo e un sacco di chitarristi tra cui anche Jesse Johnson dei Time e lo stesso D'Angelo, già ottimo tastierista) e un messaggio preciso (“We should all aspire to be a Black Messiah”)





Qua e là l'influenza di Prince è più che evidente - D'Angelo ha più volte dichiarato la sua immensa stima verso il musicista di Minneapolis: “Sugah Daddy” ha lo stesso incedere di “Sexy MF”, “ The Charade” gioca sul territorio di “Diamonds and Pearls”, il funk rock ubriaco di “Prayer” è figlio di “Anne Christian”, per non parlare del sitar della finale “Another Love”.
E poi dentro c'è tanto swing, scrittura jazz e mille stratificazioni di falsetti, archi, armonizzazioni che a volte sembra di trovarci di fronte a un Brian Wilson del funk, con la stessa meravigliosa confusione sonora in testa. Per finire, i testi alternano riflessioni su se stesso (Back To The Future) e sul suo passato e le problematiche civili e sociali del nostro tempo.
Un disco non perfetto ma sudato e ben suonato (nelle note si fa riferimento all'uso di strumenti analogici e vintage) che ad ogni ascolto rivela una nuova sfumatura e una nuova luce. Materiale vivo e pulsante che in questi tempi un po' sintetici e di facile impatto rappresenta un'epifania musicale.
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