«QUEEN FOREVER - Queen» la recensione di Rockol

Queen - QUEEN FOREVER - la recensione

Recensione del 11 nov 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

La letteratura/filmografia horror insegna che i non morti vanno trattati piuttosto rudemente: di solito occorre spaccar loro il cranio per neutralizzarli. Senza pensieri e ripensamenti, peraltro – pena la non troppo gradita possibilità di unirsi al loro esercito di zombie.
Ebbene, ascoltando questo “Queen forever” – griffato Queen, ovviamente – il primo istinto è quello di correre a cercare il piccone o la mazza da 10 chili per frantumare il cranio dei “ritornanti”. E il motivo è palese: in questo album il cantante principale è un uomo morto da 23 anni - leggendario finché si vuole, ma irrevocabilmente passato a miglior vita. Freddie Mercury, appunto. A lui si aggiunge, mettendoci il proverbiale carico da novanta, un altro performer in duetto, per un brano annunciato in pompa magna: Michael Jackson, morto nel giugno del 2009.
Che diavolo succede? Siamo in un film di Romero?

In realtà no. Siamo solo in presenza di una delle tante operazioni di spremitura della leggenda a beneficio dell’industria discografica perennemente in affanno. E allora ecco che, giusto un mese e mezzo prima del fatale e fatidico periodo delle festività natalizie, esce questa compilation dei Queen che – oltre alla consueta parata di classici in versioni più o meno note – svela tre pezzi più o meno inediti.

Il selling point principale di “Queen forever” è “There must be more to life than this”, duetto che vede Mercury al fianco di Jackson, come si accennava poco sopra (nota: il brano non è inedito al 100%, visto che comparve nel disco solista di Freddie del 1985, ma senza la traccia vocale di Michael).
Siamo molto vicini all’apoteosi della necrofilia pop, il che non è neppure un male in sé (rock e pop hanno da sempre una fascinazione per questo lato oscuro). Peccato che il pezzo, a dispetto delle credenziali stellari, lasci piuttosto freddi e delusi... del resto se non è mai stato pubblicato prima in questa veste, come la saggezza popolare insegna, un buon motivo ci sarà. Ed è, banalmente, che non si tratta di una gran canzone: a parte il valore storico ed evocativo, non c’è nulla o quasi.
Il problema è da ricercarsi nel fatto che due galli nello stesso pollaio raramente portano a risultati buoni – perché la somma di due artisti di grande valore spesso risulta inferiore a quanto singolarmente sono in grado di fare. E allora l’addizione Mercury più Jackson non crea automaticamente un capolavoro, ma piuttosto una outtake minore, con il valore di una notazione a margine nella storia del pop.
Fortunatamente gli altri due brani pseudo-inediti sono, invece, più interessanti: la power ballad in puro stile barocco-rock “Let me in your heart again” (già incisa e pubblicata dalla moglie di May – Anita Dobson – nel suo album “Talking of love” del 1988) regge alla grande il confronto col repertorio più consolidato; mentre la versione più dura e rock di “Love kills” (di Mercury solista, con la collaborazione di Giorgio Moroder) risolleva le sorti di un pezzo che negli anni Ottanta non fu ben accolto.

Che dire, dunque... se già da prima facevate parte del popolo di adoratori di Mercury e dei Queen, vi troverete in mano l’ennesimo greatest hits con tre curiosità (anche se non si tratta di scoperte ex novo) a fare da ciliegina sulla torta. Se non avete mai avuto particolare trasporto o interesse nei confronti della band, non è certo con questo cd di versioni più o meno rimasterizzate che cambierete idea... anzi, probabilmente avrete diversi motivi in più per evitare ancora la musica dei Queen. E forse è proprio questo il problema: pregare ai convertiti è facile, ma se diventa una prassi senza sbocchi differenti, si trasforma in un circolo vizioso. Avete presente i cd antologici in offerta che si vedono nei cestoni degli autogrill o dei supermercati di provincia? Ecco...
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