«XSCAPE - Michael Jackson» la recensione di Rockol

Michael Jackson - XSCAPE - la recensione

Recensione del 13 mag 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Si sono messi d'accordo un giorno a pranzo in un ristorante di West Hollywood, il boss della Epic Antonio "L.A." Reid e l'amministratore dello sterminato patrimonio di Michael Jackson John Branca. Da veri businessmen hanno fatto le cose seriamente e non hanno perso tempo: passato poco meno di un anno, ecco arrivare oggi nei negozi il secondo album postumo e "inedito" del Re del Pop, bisognoso - sottolinea Billboard con pragmatismo anch'esso tutto americano - di un rilancio commerciale dopo che nell'ultimo anno il suo back catalog, 584 mila copie vendute, ha fatturato decisamente meno di quello di Elvis Presley (1,1 milioni di copie) e di quello di Johnny Cash (969 mila copie), pur mantenendo a distanza altri leggendari cari estinti come Whitney Houston e Jimi Hendrix.

Per trasformare una collezione di outtakes e di "scarti" pescati tra il 1983 (subito dopo "Thriller") e il 1999 (poco prima di "Invincible") in un disco solido, convincente, dignitoso e il più possibile omogeneo si sono mossi i pezzi da novanta della black music e del mixer, capitanati da Reid (che firma anche un pezzo insieme a Babyface , "Slave to the rhythm, un techno funk lavorato ai tempi di "Bad" e poi ripreso durante le sessioni di "Dangerous") e guidati sul campo da Timbaland , desideroso di mettersi alla prova in una sfida mica da ridere. La deluxe edition del disco propone anche le versioni originali recuperate dagli immensi archivi jacksoniani e rende conto del lavoro svolto: il super team ha quasi cancellato le vecchie basi, peraltro sovente già abbastanza rifinite ed elaborate, per costruire intorno alla voce di Jackson - forte, squillante, sempre in posizione frontale e centrale - scintillanti, cromati e moderni arrangiamenti che (intenzione dichiarata) vorrebbero rendere omaggio al suo spirito inquieto e pionieristico , al suo perfezionismo e alla sua volontà di guardare sempre avanti. Manca la controprova (da "control freak" quale era, avrebbe mai dato alle stampe questi pezzi?) e bisogna accontentarsi.

Il già noto singolo "Love never felt so good", scritto da Jackson insieme al sempreverde Paul Anka , pubblicato nel 1984 da Johnny Mathis e rinforzato, in una delle due nuove versioni, da un piccolo cameo di Justin Timberlake , è il paradigma perfetto dell'operazione (perché di questo, in fondo, si tratta): un pop soul dance dai forti echi anni '80, con archi e basso melodico, spumeggiante ed estivo: giusto quel che ci vuole, come voleva Reid, per competere in radio da pari a pari con l'ultimo singolo di Katy Perry. Procedendo per sottrazione e poi per addizione, Timbaland (assistito dal fedele Jerome Harmon alias J-Roc) e gli altri proseguono decisi in quella direzione anche nel resto del repertorio, praticamente tutto conosciuto - perché affiorato in varie forme in rete - ai fan più intraprendenti: la loro "Chicago", molto elettronica e sospinta da un riff di basso synth, è meno tenebrosa dell'originale, "Blue gangsta", sviluppata su un ritmo breakbeat e una sinfonia di voci da cattedrale gotica, rinuncia al tocco "roots" della fisarmonica, mentre nella "A place with no name" rielaborata dai norvegesi Stargaze, molto ammirati da Jackson, i richiami espliciti alla "A horse with no name" degli America sopravvivono soprattutto nel coro finale. I ritmi, le scansioni, le melodie e i singulti sono inconfondibili e Jacko, bisogna dirlo, non ne esce snaturato e anzi protagonista assoluto anche perché Reid ha usato i pochi indizi a disposizione per costruire il suo progetto nel rispetto virtuale della liturgia: scegliendo solo brani "importanti" e presumibilmente amati dall'artista che vi era tornato più volte incidendone molteplici tracce e intitolando l'opera a un brano "Xscape", in omaggio a un'altra tradizione consolidata (in questo caso sulla riverniciatura dell'ipnotico soul funk è intervenuto anche il coautore originale, Rodney Jerkins).

Resta da dire dei due titoli forse migliori, una soffice e sognante soul ballad pianistica intitolata "Loving you" ("I Boyz II Men che incontrano l'oggi": così Timbaland) e un'incalzante, quasi rabbiosa "Do you know where your children are", dove in un mare di echi e riff sintetici chiusi da un assolo di chitarra elettrica distorta un Jackson non ancora travolto dagli scandali infamanti di Neverland affronta il tema, già allora di scottante attualità, degli abusi sessuali sugli adolescenti con un linguaggio crudo e compassionevole. L'unico vero shock emotivo che regala un brivido persino beffardo a un disco iperprofessionale che funziona se inteso come "reinvenzione" (dichiarata, peraltro) della musica di Jackson per le orecchie, il palato e il mercato del 2014.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.