Recensioni / 12 mag 2014

Black Keys - TURN BLUE - la recensione

Voto Rockol: 3.5 / 5
Recensione di Valeria Mazzucca
TURN BLUE
Nonesuch Records (CD)
Black Keys, "Turn blue". Istruzioni per l'uso: fissare attentamente la copertina del disco e lasciarsi trasportare nella tana del Bianconiglio. Il nuovo disco dei due ragazzi di Akron - più amico di vecchia data Danger Mouse - è un viaggio psichedelico tra i confini del blues, del rock, del soul e del garage (c'è pure dello spaghetti western, ma senza esagerare), di ciò che erano prima di diventare "quelli di 'Lonely boy' e di ciò che saranno d'ora in poi, nonostante lo siano sempre stati. Grazie all'energia incamerata con quel gran pezzo d' arte che è stato "El Camino", i Black Keys si sono assicurati una volta per tutte l'approvazione del grande - grandissimo - pubblico: i pezzi di impatto, che "funzionano" in radio per i loro tratti chiari, forti e riconoscibili li hanno portati a casa insomma. E adesso ci riportano verso terra, nella profonda e impalpabile palude della loro musica. Il contrasto è forte e può giocare a sfavore dell'ascoltatore, ma "Turn blue" è un disco che va ascoltato più volte. Anzi è stato pensato proprio per questo, e per essere ascoltato dall'inizio alla fine. Come un libro. Come un viaggio guidato, dall'andamento ondulatorio e con una sua precisa logica interna che non può prescindere dalla disposizione dei singoli capitoli.

Un cammino che inizia con "Wight of love", un vortice lento e psichedelico che è come un corridoio che si allunga man mano che lo si percorre; un varco dai confini impalpabili che si creano e si dileguano sugli assoli di Auerbach. Quelli che di solito gli senti fare sul palco, non in studio. Devono trascorrere 2 minuti buoni prima che si possa sentire la sua voce. L'impronta di Brian Joseph Burton - che ha prodotto questo disco come i tre precedenti - si fa riconoscere nei giri di basso, nei ritmi decisi e nei tocchi di elettronica che sfiorano brani come "In time" o la title track. E "10 lovers", più avanti nella tracklist.
"Fever" è il primo singolo dall'album, serve dire altro? Il classico ponte di congiunzione con il lavoro procedente. Un richiamo. Uno specchietto per allodole, probabilmente, ma tutto sommato un buon pezzo.
"Year in review" è il famoso pezzo in cui Dan e Patrick si sono messi a giocare con l'immenso materiale del loro amico Brian: quest'ultimo gli fa ascoltare un sample vocale tratto dall'italianissimo Nico Fidenco e dalla colonna sonora de "La ragazzina"; ai due piace e decidono di usarlo per la prima volta in una loro canzone. Il risultato non è deludente.
Se "Bullet in the brain" passa pressoché inosservata - verrebbe da commentare con un banale "senza infamia e senza lode" - "It's up to you now" gode della potenza delle percussioni, energiche e profonde nonostante i cambi di ritmo e di intensità. "Waiting on words" è più un esercizio di stile con cui Auerbach esercita il suo falsetto ("mi è sempre riuscito spontaneo", ha detto lui in una recente intervista. "Si sente", gli rispondiamo noi).
"In our prime", a metà tra una ballad e una marcetta con tanto di sfogo d'organi e assolo di chitarra che sfumando sul finale spiana la strada alla sorpresa di questo disco: "Gotta get away". Puro rock. Solare, semplice (ma non troppo) e tutto da ballare. La luce alla fine del tunnel, una boccata d'aria fresca dopo un viaggio tra il torbido e il visionario. Il pezzo ideale per l'happy ending di un road movie all'americana, per intenderci.

Arrivare in fondo a "Turn blue" non è semplicissimo, soprattutto se si era partiti col peso del pregiudizio del disco predecessore (mea culpa). Tra l'altro i primi a riconoscerlo - senza troppo darsene cura - sono i Black Keys stessi. Ma la classe e lo stile rimangono inconfondibili e inconfutabili quando si parla di due musicisti come loro. Se ci si aggiunge il tocco selvaggio e raffinato di Danger Mouse poi, il risultato non può che essere dei migliori. Magari non il massimo, ma decisamente tra i migliori.