«GOING TO HELL - Pretty Reckless» la recensione di Rockol

Pretty Reckless - GOING TO HELL - la recensione

Recensione del 25 mar 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Questo secondo album dei Pretty Reckless è un oggetto particolare da maneggiare. Se non altro perché ha almeno tre livelli di lettura, e a seconda di quello che si abbraccia o si riesce ad afferrare, diventa una faccenda abbastanza differente.
Partiamo con il grado zero, che è minimal e un filo cafone: prendi una hard rock/metal band piuttosto classica con un filo di feeling anni Novanta, metti alla voce un pezzo di figliola senza paura di mostrare svariate decine di centimetri quadrati di pelle nuda e via... il gioco è fatto. Pensate a un incrocio tra Juliette Lewis & The Licks e il Marylin Manson del 1997-1999: sesso, trasgressione, devianza da MTV e tanto rock duro da manuale. Ma la musica conta fino a un certo punto.
Il secondo approccio prevede una conoscenza appena più accentuata della band, e rende il tutto già più intrigante: alla voce e chitarra ritmica c’è Taylor Momsen, ventenne, attrice (è stata nel cast di “Gossip girl”, tra le altre cose, e ha rischiato di soffiare il ruolo di protagonista a Miley Cyrus in “Hannah Montana”, a suo tempo) e modella. Cresciuta in un ambiente rigorosamente cattolico, ha avuto la classica crisi di rigetto e ora non ha il minimo problema a presentarsi come bad girl, regina e figlia di tutti gli stereotipi rock più invisi ai benpensanti. In questo scenario la musica diventa più rilevante, anche se – pur restando hard rock metallizzato eseguito con grande mestiere – non regala certo brividi di novità. Però è innegabile che “Going to hell” riesce, almeno a tratti, a ricatturare fedelmente un certo spirito del metal-glam metal anni Ottanta, scanzonato, trasgressivo e sguaiato – roba che non si ascolta più da circa 20 anni, dai tempi dell’esplosione del grunge, a essere pignoli (e per citare “The wrestler”!). Il tutto condito con un pizzico di senso di colpa puramente cattolico, che tanto aiuta a titillare l’eros di noi rocker.
Il terzo livello, invece, è a uso e consumo dei topi da biblioteca del rock, i cacciatori di racconti, quelli che spesso si avvicinano a una band dopo averne letta la storia, piuttosto che aver ascoltato un disco. È la storia di un gruppo che ha debuttato nel 2010 con un disco intitolato “Light me up” e che, sull’onda di un’accoglienza molto positiva, nell’autunno del 2012 si è chiuso in studio per incidere il secondo lavoro. E qui inizia il disastro: l’uragano Sally fa visita a Hoboken e spazza via letteralmente la sala di registrazione in cui i Pretty Reckless stavano lavorando. Decine di e migliaia di dollari di danni, tutto perduto... un macello. Ma da qui inizia una classica vicenda di resurrezione da film hollywoodiano e il gruppo, a piccoli passi, si rimette in piedi, per tornare infine a registrare tutto da capo. Fino a completare quelli che sono i brani di “Going to hell”. Una bella storia, dunque, che in qualche maniera rafforza metaforicamente gli intenti musicali della Momsen, che ha dichiarato di volere far “rinascere” il rock’n’roll. Ora, in tutta onestà, per quanto questo disco sia filologico, fedele agli stilemi e ricco di mestiere, si fatica a intravedere una rinascita del rock grazie alla sua uscita... diciamo che è un ottimo prodotto, con buoni selling point, ma sul lungo periodo probabilmente avrà poco respiro. Anzi, al momento non è così scontato che i Pretty Reckless arrivino a un terzo o quarto album, francamente: diciamo che solo il futuro ci chiarirà le idee. Per ora ci accontentiamo di un buon disco di hard rock piuttosto moderno e un po’ ruffiano... oltre che delle grazie della generosa Taylor Momsen.
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