«THE TAKE OFF AND LANDING OF EVERYTHING - Elbow» la recensione di Rockol

Elbow - THE TAKE OFF AND LANDING OF EVERYTHING - la recensione

Recensione del 19 mar 2014 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Chiamatelo come volete… “All at once”, “Carry her, carry me” o “The take off and landing of everything”: la sostanza non cambierà mai. Perché il sesto album degli Elbow di Guy Garvey, in estrema sintesi, è precisamente quello che credo ci si potesse legittimamente aspettare dagli Elbow arrivati, per l’appunto, al traguardo del sesto album. Qui lo dico al volo, ma riprenderemo il discorso più avanti: sorprese non ce ne sono. Ci sono sì cose che hanno influito sulla scrittura e sulla registrazione dei pezzi; persone, luoghi, eventi. Cose che hanno concorso, in percentuali ovviamente differenti, a definire l’aspetto e il suono di questo disco. Cose di cui vale la pena discorrere. Sorprese però, quelle no. Nisba. E mi sia perdonato l’affronto quando qui e ora scelgo di sconfessare pubblicamente Turner: checché se ne dica, questo non è un album sperimentale. E’ piuttosto un album quasi ovvio (figlio del precedente “Built a rocket boys!”, ma migliore), e trovo questa ovvietà, chiamiamola classe britannica che forse suona meglio, per una volta, molto confortante. Gli Elbow, in altre parole, mi danno sicurezza. Come?

Con dieci pezzi in scaletta. Molto raffinati, eleganti, ricercati come quasi mai prima d’ora. Che cosa è cambiato in casa Elbow? La differenza l’ha fatta, credo io, principalmente il metodo. Invece che chiudersi in studio, o a casa, a scrivere in gruppo e a condividere, ogni membro della band ha fatto i compiti in solitaria, per poi mettere in comune i risultati solo in un secondo momento. Secondo momento che ha visto la band trasferirsi negli studi di Peter Gabriel a Bath (dove “quello che fuori fai in sei mesi, qui lo fai in due settimane”) per definire al meglio le composizioni senza la minima distrazione, e poi registrare agli Abbey Road Studios (La Mecca della musica), di nuovo ognuno per conto suo. Il risultato è un lavoro curato nei minimi dettagli, essenziale ma cesellato, dove il peso della responsabilità di ogni suono ricade su chi il suono lo genera. L’arrangiamento diventa allora fondamentale più del solito per dare coesione, e in questo senso possiamo davvero fare i complimenti agli Elbow tutti, Craig Potter in testa che il disco l’ha pure prodotto: “The take off and landing of everything” ha un sound davvero meraviglioso. Da loro non mi aspettavo niente di meno, del resto sono la mia sicurezza. Ma i pezzi poi?

I pezzi sono gran bei pezzi, inutile dirlo, e qui torna utile riproporre il giochetto del cambio di titolo. Perché gli Elbow hanno cambiato titolo ben tre volte prima di azzeccare quello giusto, che poi altro non è che il titolo di uno dei pezzi in scaletta? Perché come ha dichiarato Garvey, gli Elbow sono una band viva, e, mentre stai registrando o scrivendo un disco, capita che la vita ti riservi qualche sorpresa. Il cambiamento è sempre dietro l’angolo. Ecco quindi che Garvey si trova a rimettere mano a buona parte dei testi, intrisi di una malinconia particolarmente marcata (che la sua splendida voce lascia quasi sempre intuire, con estrema delicatezza, ma che per questo ti entra ancora di più nelle viscere), dopo la rottura con la sua compagna. Il finale di “This blue world”, prendiamo questo pezzo come esempio, parla proprio di lei, ed è stato aggiunto… dopo: “While three chambers of my heart beat true and strong with love for another / The fourth, the fourth is yours forever”. E c’è dell’altro. “New York morning” trae ispirazione da un viaggio fatto da Garvey nella Grande Mela, dove tra l’altro in nostro ha passato parecchio tempo lavorando al musical di King Kong; “My sad captains” da una frase di Antonio e Cleopatra di Shakespeare che chissà quando e dove è finito in mano al ragazzo di Bury. Le mie preferite? “This blue world” a parte, che trovo particolarmente toccante ed Elbowiana fino al midollo, “Fly boy blue / Lunette” perché tecnicamente e strutturalmente davvero molto interessante , e la titletrack, la corposa “The take off and landing of everything”, forte dei suoi sette minuti abbondanti in cui i ragazzi concentrano veramente il cuore del disco e, perché no, della band: una band viva e che cresce giorno dopo giorno, fatta di persone che vivono esperienze diversissime (quello a cui nasce un figlio, quello che prende e quello che lascia; quello che “atterra” quello che “decolla”) ma che hanno in comune un linguaggio, un sound che è solo loro. Gli Elbow hanno passato i quaranta e questo è il loro modo per esorcizzare, o forse semplicemente esplorare, la paura e la bellezza del tempo che passa.

Chiamatelo come volete, “All at once”, “Carry her, carry me” o “The take off and landing of everything”: la sostanza è che dagli Elbow avremo sempre e solo ottima musica. Il resto conta poco.
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