«KISS ME ONCE - Kylie Minogue» la recensione di Rockol

Kylie Minogue - KISS ME ONCE - la recensione

Recensione del 18 mar 2014 a cura di Pop Topoi

La recensione

Dopo avere festeggiato i 25 anni di carriera nel 2012, Kylie Minogueha preso alcune scelte inaspettate: una raffinata collaborazione con gli islandesi múm, un duetto bilingue con Laura Pausini (che ha avuto un buon riscontro solo sul mercato italiano), un bellissimo best of orchestrale registrato ad Abbey Road. E si è prestata, per la prima volta, ai talent show sedendosi su una delle sedie rotanti di "The Voice" UK (peraltro salvando il programma sia in termini di qualità che di ascolti). Ma qui si parla di un album di inediti in studio (il dodicesimo, ma il primo sotto il management della Roc Nation di Jay-Z) e Kylie forse non può concedersi il lusso di sorprendere: fa ciò che le riesce meglio in assoluto e che l'ha resa una delle popstar più longeve in circolazione.
Kylie non lavora in modo diverso da tante colleghe: le vengono proposte delle tracce da produttori in voga, ne canta una decina, l'album è pronto. In molti casi, i risultati da un'interprete all'altra sono del tutto intercambiabili (e contribuiscono a rendere il panorama internazionale sempre più piatto), ma Kylie ha qualcosa in più. Nessun'altra ha la sua stessa capacità di sollevare brani spesso anonimi fino a renderli inni, nessun'altra sa bilanciare camp, eleganza e sensualità in modo così naturale (riuscendo pure nel miracolo di sembrare umana). E sebbene a questo punto della carriera le bastino un paio di singoli azzeccati in ogni album e un paio di novità da proporre in tour, "Kiss me once" è un'aggiunta più che dignitosa al suo vastissimo catalogo.
La prima impressione è quella di ascoltare una versione femminile di "Random access memories", ma divertente. Il basso à la Chic di "I was gonna cancel" (prodotta da Pharrell), i synth e i campionamenti che punteggiano "Les sex", il vocoder di "Beautiful" (in coppia con Enrique Iglesias) puntano in direzione Daft Punk, o almeno alle stesse sonorità a cui si sono ispirati i due francesi. Si tratta quasi sempre di canzoni che potremmo collocare in un punto a caso della discografia di Kylie o che potrebbero essere outtakes da qualche album precedente, ma la sua fedeltà alla disco rétro sa ancora dare soddisfazioni e si rivela sempre la scelta migliore. Tant'è vero che "Sexercize", la traccia più contemporanea dell'album nonché quella dal testo più ridicolo, è anche la peggiore del disco(nessuno dovrebbe mai permettersi di annegare la voce di Kylie nella dubstep), mentre la title-track, ovvero il ritorno alle origini più palese, è la migliore. Qui Kylie brilla in quella combinazione perfetta che segna tanti dei momenti più fortunati della sua carriera: la dichiarazione d'amore su ballata mid-tempo malinconica.
È inutile negare che ci siano brani privi di potenziale commerciale e inadatti ai live, ma è proprio sui riempitivi che si misura la riuscita di un album come questo: la semplice ma scintillante "Feels so good" (presa in prestito dall'esordiente Tom Aspaul) è una gradita pausa dalla dance a metà percorso; il messaggio di empowerment di "Fine" è la conclusione ideale di una raccolta piena di positività, leggerezza e, soprattutto, divertimento. Kylie è tornata a fare ciò che le riesce meglio in assoluto: perché chiedere altro?
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