«DOT COM - Jethro Tull» la recensione di Rockol

Jethro Tull - DOT COM - la recensione

Recensione del 23 ago 1999

La recensione

Dite quello che volete, i vari ‘ancora loro…’ di rito, tanto i Jethro Tull non vi ascolteranno. Per quanti di voi gli hanno girato le spalle dai tempi in cui facevano la voce grossa sulla scena rock inglese (erano i seventies), Ian Anderson e soci hanno trovato come sostituti nuovi fans, spesso figli dei seguaci di prima generazione e in altri casi ragazzi affamati di quel rock venato di folk e musica classica che tanti riscontri riscuote da sempre in tutto il mondo, specialmente in Latinoamerica e in Europa dell’Est. E così ecco che alle arene statunitensi, dove il gruppo continua ad esercitare il suo richiamo sull’intramontabile popolo rock, si aggiungono i volti freschi ed entusiasti del pubblico di Buenos Aires, Budapest, Praga, e della sempre attenta Germania. L’impero dei Tull resiste ancora, come confermano i loro cento concerti all’anno che collezionano una media complessiva di 300mila spettatori. E i dischi? “Dot com” svela l’arcano: niente cambia, tutto cambia. Titolo futuristico e internauta per un album che è l’equivalente aggiornato di uno qualsiasi dei loro vecchi album: potrebbe essere un “Thick as a brick” modello 6.0, per intenderci, ma questa non vuole essere un’offesa. Se è vero che non c’è niente in questo album che può generare sorpresa presso i fans della band, è vero anche che non c’è niente che li annoierà perché quella che vi viene proposta è musica fresca dei Tull. Per chi ha archiviato quel suono fatto di flauti, tastiere e chitarre rock insieme ai propri libri di scuola ascoltare “Dot com” sarà come tornare per un giorno seduto al proprio banco del liceo, e per cui, forse giustamente, sentirà l’impulso di scappare. Per quanti hanno con il proprio passato – e con la musica – un rapporto più equilibrato, “Dot com” servirà a ricordare i tempi in cui il rock’n’roll viveva di altre certezze e altri spessori, e la qualità media delle canzoni era comunque decisamente alta. Loro, i Tull, nel frattempo vanno avanti, fedeli al motto che li vuole troppo vecchi per il rock’n’roll, troppo giovani per morire: come dargli torto?
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