«SURRENDER - Chemical Brothers» la recensione di Rockol

Chemical Brothers - SURRENDER - la recensione

Recensione del 21 ago 1999

La recensione

Che i Chemical Brothers fossero uno dei gruppi dance più vicini al rock e al pop non era un segreto. Questa loro propensione alla cultura rock/pop l’avevano nel sangue fin dai loro esordi (Ariel era la band indie pop di Tom). Che i “fratellini chimici” fossero rimasti ammaliati dalle estatiche progressioni dell’indie dance in quel di Manchester (dove iniziarono a muovere i loro primi passi, dove ai tempi si muovevano band come Stone Roses e Happy Mondays) era altrettanto risaputo. Che poi i Chemical, nel loro ultimo disco (“Dig your own hole”) avessero cercato di sintetizzare in qualche modo il loro amore per il rock, e in particolare per la psichedelia, con un pezzo come “The private psichedelic reel” (psichedelia pura pensata con la complicità dei Mercury Rev) faceva parte del gioco. Che però i Chemical arrivassero a confezionare un disco come “Surrender” era pensabile ma fino a un certo punto. Perché di fatto “Surrender”, sia pur con le sue immancabili diversioni verso territori innegabilmente “dance” è soprattutto un disco che tende proprio a quella psichedelia annunciata nel pezzo conclusivo dell’album precedente (“The private psichedelic reel”, appunto). Certo, i “floor fillers”, i pezzi da novanta per la pista da ballo ci sono ancora. “Under the influence” è acid house pura, sotto l’influenza di chissà quale estatico additivo sintetico. “Out of control” è “I feel love” di Giorgio Moroder riveduta e corretta, in compagnia di Bernard “New Order” Sumner, secondo i dettami dell’acid house e della techno. “Hey boy, hey girl”, il primo, bellissimo singolo, è un'altra bordata a suon di acid house, electro hip hop e breakbeat con in testa KLF. Ma dove i Chemical pensano brani con cui si conquisteranno un pezzetto di storia (eh si, proprio così) è in quegli episodi in cui il vettore musicale per “uscire di testa”, per “trascendere” la realtà e “arrendersi” alla musica (questo è il loro primo, dichiarato intento a cui anelano; scrivere musica trascendentale, da “transe”) diventa quello della psichedelia (la migliore della tradizione rock, dai Beatles ai Velvet ai Rolling Stones di “Their satanic majestic request”, passando per i Byrds, il baggy, My Bloody Valentine e i Mercury Rev), elemento a cui si vanno ad aggiungere i contributi di Noel Gallagher (già con loro nell’ultimo disco con “Setting sun”, oggi ripropostosi nella magnifica “Let forever be”, un pezzo che avrebbero scritto sicuramente i Beatles se fossero appartenuti alla “chemical generation”), Hope “Mazzy Star” Sandoval (nella velvetiana “Asleep for a day”), Jonathan Donahue dei Mercury Rev (in “Dream on”, ballata sinfonica che fa pensare a MBV), personaggi che, oltre la tradizione dance e la psichedelia, danno, con la loro presenza, un elemento vocale aggiunto che rende “Surrender”, fin dal primo ascolto, un disco stupendo dall’inizio alla fine, un lavoro che getta un ponte, che d’ora in poi sarà indissolubile, fra club culture e rock, fra le estatiche progressioni della dance “chemi/calata” la formula della pop song e la psichedelia.
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