«HORSE OF A DIFFERENT COLOUR - Willy DeVille» la recensione di Rockol

Willy DeVille - HORSE OF A DIFFERENT COLOUR - la recensione

Recensione del 30 ago 1999

La recensione

Nella sua lunga carriera Willy DeVille ha attraversato momenti brillanti e luminosissimi e periodi cupi in cui la sua dedizione ad una vita sregolata e sopra le righe l'ha portato a rivelare i lati più ombrosi del suo carattere. Essersi trasferito da New York a New Orleans gli ha comunque giovato: dopo un primo omaggio alla città (“Victory mixture”) è riuscito a cogliere almeno due dischi eccellenti, “Backstreets of desire” e, buon ultimo, anche “Horse of different colour”. Le sue canzoni e la sua musica sono un melting pot, un miscuglio, di tutti i suoni della musica americana: dagli accenti neolatini (a proposito: “Demasiado corazon”, il titolo dell'ultimo romanzo di Pino Cacucci, è stato preso proprio da una sua canzone) al rock'n'roll degli anni Cinquanta, dai suoni tipicamente di New Orleans alla grande tradizione del rhyhtm and blues ed è quando Willy DeVille riesce a mantenere il sound dei suoi dischi elementare, semplice e diretto che riesce a mostrare al meglio le sue qualità di interprete e di cantante. In “Horse of a different colour” gli riesce in maniera particolarmente naturale per via di diversi motivi. Primo tra tutti, il produttore Jim Dickinson, abituato a lavorare con artisti spigolosi (da Bob Dylan ai Replacements, giusto per citare due nomi) con il gusto grezzo del rock'n'roll primordiale. Poi una fortunata scelta di canzoni, compresa la famosa “Across the borderline” (scritta da Ry Cooder, John Hiatt e dallo stesso Jim Dickinson). Il quadro è completato da un suono scarnissimo, molto bluesy, con la sezione ritmica in evidenza e non a caso perché Roger Hawkins (batteria) e David Hood (basso) hanno suonato in quasi tutti i dischi soul dagli anni Sessanta ad oggi. Naturale che suonino con Willy DeVille che è il più grande soulman bianco che ci sia rimasto.
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