«MOONDANCE (EXPANDED EDITION) - Van Morrison» la recensione di Rockol

Van Morrison - MOONDANCE (EXPANDED EDITION) - la recensione

Recensione del 19 dic 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Per niente malleabile nonostante l'età che avanza, l'iracondo Van Morrison si è scagliato con veemenza contro questa ristampa di "Moondance", messa in opera dalla Warner senza chiedere il suo consenso. "Quarantadue anni fa la mia agenzia di management si liberò di questa musica e ora mi sento come se mi venisse rubata un'altra volta" ha ruggito il leone di Belfast dal suo sito Internet, e magari ha tutte le ragioni di questo mondo. Non sappiamo neppure cosa si celi dietro la brusca interruzione del programma di ripubblicazioni del suo back catalog avviato qualche anno fa. Eppure, Van the Man ci perdoni, il suo superclassico aveva davvero bisogno di una rinfrescata, e in questa nuova edizione suona meravigliosamente ringiovanito rispetto alla prima stampa su CD (che tuttavia, a differenza di questa, includeva i testi delle canzoni). Esegeti e completisti avranno già messo le mani sulla "deluxe edition" in quattro CD corredata da un Blu-ray audio per la riproduzione in hi-res stereo e surround sound. Ma la "expanded edition" su 2 compact disc, più agile e maneggevole (in molti si sono lamentati della estrema fragilità del piccolo box a fisarmonica), è forse ancora più consigliabile considerato anche il prezzo di vendita estremamente contenuto, addirittura 11 euro su Amazon Italia.

In realtà si tratta di un disco di valore inestimabile, perché come saprete qui siamo nell'Olimpo musicale. "Astral weeks" (di due anni antecedente) e "Moondance" sono i due capolavori universalmente riconosciuti del Grande Irlandese, il suo yin e yang: l'uno un joyciano e febbricitante flusso di coscienza musicale, l'altro la prima vampata di quel Celtic soul di Caledonia che Van continuerà a vagheggiare nei decenni a seguire. Pochi i punti di contatto, se non nella presenza costante della sua chitarra acustica, nel flauto di Collin Tilton e negli arpeggi barocchi di clavinet con cui Jeff Labes orna l'arrembante 12/8 di "Everyone" (qualcuno la ricorderà anche nei titoli di coda dei "Tenenbaum"). Il resto è molto più compatto e conciso, una raccolta di dieci canzoni di somma ispirazione, di arrangiamenti fluidi e inusuali (nel sound prevalentemente acustico dominano il pianoforte di Labes e i sax di Tilton e Jack Schroer, contrappuntati dalle chitarre di John Platania, da un'agile sezione ritmica e dai cori femminili) e di istantanea comunicativa: elementi che tutti insieme spiegano la qualità immortale e trascendente di questa musica, i riconoscimenti unanimi della critica (all'epoca, su Rolling Stone, l'album mise d'accordo Greil Marcus e Lester Bangs) e il suo successo commerciale (tre dischi di platino, ovvero più di 3 milioni di copie vendute, negli Stati Uniti). Certe melodie - e tutta la prima facciata dell'LP in particolare - sono rimaste scolpite nella memoria e tramandate negli anni dalle setlist dei concerti: l'aroma jazzy, leggero e swingante di "Moondance", diventato negli anni uno standard pop ( Michael Bublé ) e da talent show. Gli irresistibili stacchi e le riprese di "Caravan", impetuosa ode allo spirito zingaresco consegnata ai posteri nella versione definitiva di "The last waltz". L'estasi amorosa di "Crazy love" (la voce di Van, in falsetto, non è mai stata così vellutata). Il lirismo e lo slancio contemplativo di "And it stoned me" e di "Into the mystic", sospese tra l'incanto della natura e la magia della musica diffusa per radio. Lo stesso Morrison spiegò di considerarlo un classico, quel disco, e di andarne fiero perché nessuno prima di allora aveva mai combinato alla stessa maniera folk, r&b, country e gospel, regalando a ognuna delle sue "visioni" fantastiche e cangianti sfumature vocali ("Se ascoltate i primi sei pezzi di 'Moondance'", osservò il fonico Shelly Yakus, "vi accorgerete che Van non usa mai la voce due volte nello stesso modo").







E' musica fresca, energica, limpida e serena in cui sembra riflettersi il clima idilliaco di Woodstock, il villaggio dell'upstate New York in cui Morrison, allora ventiquattrenne, si era rifugiato con la compagna Janet Planet seguendo le orme di Dylan e della Band di Robbie Robertson: ispirazione esplicita e dichiarata in "Brand new day", mentre la black music, il soul e la figura torreggiante di Ray Charles tracciano l'immaginario della trascinante "These dreams of you", corredata da un'armonica, e di "Glad tidings", ritmo e vocalizzi in primo piano accanto a una fugace citazione del primo e maggiore hit solista di Morrison, "Brown eyed girl". Il primo singolo di "Moondance", "Come running", non avrà altrettanta fortuna ma grazie al suo ritmo vivace e saltellante diventerà a sua volta un successo minore da Top 40 che tuttora rimbalza nelle radio "classic" americane.

Ovvio che il secondo disco non regga il confronto, ma le undici "highlights" (tutte inedite) selezionate tra le 50 tracce raccolte nella deluxe sono nondimeno una sfiziosa nota di appendice: tra "mono version" e versioni alternative, una take 22 di "Moondance" che lascia briglia sciolta alla sua matrice jazz, una "Into the mystic" (take 11) e una vigorosa "Come running" (take 2) ancora prive di fiati e una cover da "riscaldamento" dello standard blues anni Venti "Nobody wants you when you're down and out", spiccano per contrasto gli spumeggianti ritmi latini di "I shall sing" (che Art Garfunkel includerà nel 1973 nel suo primo album solista "Angel Clare") e la chitarra elettrica fuzz di "I've been working", dieci minuti di furore elettrico che rimandano ai tempi dei Them e anticipano il successivo "His band and the street choir", dove il brano tornerà a una dimensione più sintetica e composta. Le si ascolta con immenso piacere, prima di tornare in repeat alla immacolata perfezione del disco originale.
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