«BEYONCÉ - Beyoncé» la recensione di Rockol

Beyoncé - BEYONCÉ - la recensione

Recensione del 16 dic 2013 a cura di Pop Topoi

La recensione

Calmiamoci. Beyoncé ha pubblicato un album un venerdì di dicembre senza annunci ufficiali, ma calmiamoci. Le voci di una nuova raccolta della cantante si erano fatte insistenti negli ultimi mesi, e circolavano da ancora prima che lei stessa decidesse quale sarebbe stata la modalità di pubblicazione. In un certo senso, spostare l'attenzione dai singoli all'album in modo poco convenzionale era l'unica mossa sensata che potesse fare, dopo che con l'ottimo "4" non riuscì a infilare nemmeno un brano nella top 10 statunitense. Ma Beyoncé non è mai stata lontana dai riflettori nell'ultimo anno (o qualsiasi anno del Signore da quando ha iniziato a cantare), quindi Bowie può stare tranquillo: la release a sorpresa più sorprendente del 2013 è ancora la sua.
L'album (pardon, visual album, perché contiene anche 17 video) è meno imprevedibile dal punto vista musicale e la ragione va cercata nei credits: un testo di Sia e uno di Ryan Tedder; duetti con Drake, Frank Ocean e il marito; qualche trovata retrò di Pharrell e qualche beat di Timbaland e Timberlake. Escludendo due firme inattese (Caroline Polacheck dei Chairlift e il misterioso produttore Boots), c'è tutto lo zeitgeist del pop/r&b degli ultimi anni. Non è affatto un male, perché ognuno sembra avere apportato il migliore contributo possibile. Beyoncé non accetta più demo riciclate come altre popstar, quindi la quantità di filler è mantenuta al minimo e la qualità media è altissima.
Ma in tutta questa costosissima perfezione, si fa fatica a trovare un nuovo classico. Le migliori candidate potrebbero essere "Heaven", lacerante ballata dedicata a una persona scomparsa (o forse al primo bambino che Beyoncé non è riuscita ad avere), e "Pretty hurts", critica un po' scontata alla chirurgia estetica, accompagnata peraltro da un video che documenta gli amari retroscena di un concorso di bellezza. Le riflessioni sull'immagine della donna e il suo ruolo nella società continuano nel trap abrasivo di "***Flawless", brillante rivisitazione della già sentita "Bow down" e contenente il campionamento di un discors TED sul femminismo della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. È un'idea lodevole che poche altre cantanti potrebbero permettersi, ma evidenzia l'irritante cerchiobottismo di Beyoncé: da un lato, inni seriosissimi sull'emancipazione, e dall'altro, canzoni e video in cui si mette a totale disposizione dell'uomo che guarda attingendo da un immaginario sessuale tutt'altro che progressista. Gran parte dell'album segue quest'ultimo filone tematico con idee musicali altrettanto datate ma assai efficaci: il funk di "Blow" (il titolo dice già tutto) è il punto di incontro perfetto tra Pharrell e Timbaland; la lasciva "Rocket" sembra la risposta femminile a "Untitled" di D'Angelo (ed è scritta dal migliore erede di D'Angelo: Miguel); l'oscuro r&b elettronico di "Partition" si colora di doppi sensi rappati (purtroppo senza molta ironia); "Drunk in love" con Jay-Z è la continuazione più esplicita, più dettagliata e più lenta di "Crazy in love".
Si trova finalmente un po' di leggerezza pura nel Motown sognante di Frank Ocean in "Superpower" (che potrebbe essere uno dei brani migliori di "channel ORANGE") e la liberatoria "XO" che, abbinata a un video altrettanto festoso, sarebbe (e, si dice, sarà) un buon singolo. Sono le uniche due concessioni di un album molto cupo, personale e per nulla commerciale, in cui una delle voci migliori del mondo dimostra di avere i mezzi e l'intuito per fare di testa sua. È privo di riempitivi o difetti evidenti ma anche di picchi potenzialmente memorabili, ed è forse proprio questa mancanza di occhiolini alle radio o alle classifiche il tratto più distintivo di "Beyoncé" – nonché la rivoluzione più significativa di un album uscito un venerdì di dicembre senza annunci ufficiali.
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