«SIBERIA - Polvo» la recensione di Rockol

Polvo - SIBERIA - la recensione

Recensione del 29 nov 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

E’ interessante notare come i Polvo, celebri più che altro per il loro famoso “disordine” chitarristico, abbiamo optato, per questo nuovo “Siberia”, per una copertina con un’immagine così geometrica. Geometrica e complessa. Bianca, su sfondo grigio. Essenziale e ricercata. Che sia nel caos che va cercato l’ordine? O magari è questo ordine a farlo risaltare ancora di più? Chi lo sa. Sta di fatto che “Siberia” è l’ennesima dimostrazione che se un suono ce l’hai dentro, neanche dodici anni di pausa riescono a levartelo. Perché i Polvo, se vi ricordate, si sono sciolti nel ’97, all’apice del loro indie rock psichedelico (e per indie rock intendo l’Indie Rock) e pure un po’ math, per poi ritrovarsi di colpo nel 2009. Dodici anni e, come se niente fosse, questi tornano e riprendono da dove si erano fermati. Oggi di anni ne sono passati ben sedici, ma il discorso è sostanzialmente lo stesso. Un po’ più pulito, e con una vena sintetica qui e là, ma il resto è puro Polvo.



Per come la penso io, una band che ha un passato degno di nota sulle spalle, quando decide di tornare dopo tanto tempo, o prova a cambiare completamente, o prende coscienza del proprio essere scoprendo le carte. Che non significa ripetersi, quanto più conoscersi. Se le intenzioni sono chiare, tutto è lecito. I Polvo, ad esempio, sanno che il loro sound è quello: indie rock, che non disdegna la psichedelia e ama tirarla lunga lanciando riff al galoppo perché è così che funziona. Fine. Hanno fatto degli ottimi dischi, alcuni davvero sottovalutati come il bellissimo “Exploded drawings” del ’96, e una volta tornati in pista hanno semplicemente ripreso a fare quello che gli è sempre uscito meglio. “Siberia” conta otto pezzi, quattro dei quali ben oltre i sei minuti. Dentro ci senti Bob Mould da una parte e i Sonic Youth dall’altra che fanno a gara a venire fuori. In principio la mente fa le capriole e poi boom, il sapore in bocca, dopo lo choc, è di nuovo famigliare. Compatti, leggermente più definiti rispetto al passato (meno grezzi, ma ci sta tutto), sempre estremamente chitarrosi e, soprattutto, senza la minima pretesa: ecco i Polvo nel 2013.

Nello specifico, come sono gli otto pezzi? “Total immersion”, sintesi perfetta del Polvo pensiero, pezzo top del disco. “Blues is loss”, più compassata ed esplicitamente Sixties. “Light, raking” meno convincente causa sintetizzatore di troppo, ma non per questo da scartare completamente (gli intrecci di chitarra sono sempre una gran goduria). “Changed”, psichedelia alternativa old school. “The water wheel”, rollercoaster indie (college) rock senza mezze misure di quasi otto minuti (!).“Old maps”, la ballata quasi folk, e di nuovo si vola negli anni Sessanta. “Some songs”, il potenziale singolo. “Anchoress”, infine, è la chiusura che rimanda al principio. A quello che era, e che, di nuovo, è. Perché i Polvo sono i Polvo: niente di più, ma soprattutto niente di meno. Sempre benvenuti.
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