«SHANGRI LA - Jake Bugg» la recensione di Rockol

Jake Bugg - SHANGRI LA - la recensione

Recensione del 20 nov 2013 a cura di Valeria Mazzucca

La recensione

Al 30065 di Morning View Drive a Malibu, in California c'è un piccolo grande paradiso che si affaccia sulla East Pacific Coast Highway e sulla chilometrica sabbia bianca di Zuma Beach; di fronte, solo oceano, sole e orizzonte.
Proprio lì "dove le montagne incontrano il mare", sorgono gli Shangri-La Studios, gli ormai storici studi di registrazione comprati qualche anno fa (per 2 milioni di dollari) dal produttore Rick Rubin e che vanta il passaggio di altrettanto storiche stelle della musica: da Bob Dylan a Mark Knopfler, dai Metallica ai Kings Of Leon, poi Adele, Gossip, Weezer e la lista potrebbe allungarsi di molto senza perdere in qualità.
Un luogo che trasuda storia, insomma e sul quale (come se non bastasse) aleggia il mito letterario creato nel primo '900 da James Hilton, che nel romanzo "Orizzonte perduto" delineò la geografia del meraviglioso paradiso incontaminato, abitato in pace e tranquillità da una comunità praticamente perfetta.

Quello però si trovava all'estremità dell'Himalaya e ai limiti dell'immaginario. Questo in preciso punto della mappa, ancora più rintracciabile da quando Jake Bugg ha pubblicato un album per celebrarlo, battezzato "Shangri- La". Proprio come quello che Knoplfler lanciò sul mercato nel 2004.

"There's a beast and we all feed it" apre il disco con il folk rock incalzante in pieno "stile Bugg": si capisce che quello in cui è bravo è sempre difficile da replicare ed è per pochi, ma lui lo esegue in modo pulito e come fosse un gioco. Non si è nemmeno finito di leggere il titolo della prima traccia che subito attacca "Slumville sunrise" altrettanto veloce, ma intarsiata da chitarre elettriche che corrono sul pentagramma quasi fosse un' highway.
Poi c'è "What doesn't kill you". Che è punk, punto. Un punk sgravato della rabbia atavica che lo ha creato. Ma comunque punk.
"Me and you" riporta a galla il lato più dolce e trasognato di Jake che da qui in poi, salvo rari casi, sforna una serie di ballad più o meno rockeggianti una più azzeccata dell'altra. Il raro caso è "Messed up kids" perché è un misto di tutto quanto detto sopra. Scatta in avanti, poi si abbandona blandamente, poi balza di nuovo all'attacco e si riplaca. Così per varie volte e senza mai perdere la sua omogeneità.
Fuori i fazzoletti per "A song about love" (il titolo dice tutto), e tenetelo fuori perché su "Pine trees" e "Simple pleasures" potrebbe servire di nuovo.
Se non si sta attenti si rischia di scambiarlo con una versione più stridula di James Taylor o addirittura di uno lenti dei Pearl Jam: "All your reasons" a tratti (ripeto, a tratti) somiglia lontanamente a un' "Immortality" più veloce. C'è pure un lungo assolo… Mica male.

Jake è nato nel 1994, ma se la sarebbe cavata benissimo anche nel 1974, lo provano "Kingpin" "Kitchen table" e "Storm passes away", che chiude le porte di questo suo personale "Shangri-La".





Dopo due album in cui a farla da padrona sono tecnica e voli pindarici alle sei corde, magari Jake comincerà a preoccuparsi di altre corde che non siano quelle vocali. In ogni caso, con il suo solo album di debutto il giovane strimpellatore di Nottingham si è aggiudicato libero accesso alla Corte di Rubin che è sceso in prima linea a giocare per vedere cosa poteva farne di questo ragazzino dall'occhio semichiuso e dalla voce squillante, che da solo ha tenuto a bada 60.000 persone in trepida attesa dei Rolling Stones ad Hyde Park.
E il piano è ben riuscito.
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