«TROUBADOUR - Stepkids» la recensione di Rockol

Stepkids - TROUBADOUR - la recensione

Recensione del 18 ott 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione

In questo 2013 il nome Steely Dan è straordinariamente riapparso nelle recensioni di un sacco di dischi, più o meno importanti, senza peraltro che la coppia Fagen & Becker fosse direttamente coinvolta. E' successo per spiegare la certosina preparazione in studio di “Random Access Memories” dei Daft Punk, oppure come fonte primaria di ispirazione per gli ultimi dischi dei Ducktails, dei Lake o di Mayer Hawthorne, per citarne tre a caso.
E non si può fare a meno di non citare la band americana, anche per raccontare questo secondo disco degli Stepkids, trio di polistrumentisti del Connecticut, basta solo ascoltare il singolo “The Lottery” e risulta facile capire con quali ingredienti hanno alimentato la loro cultura musicale.

Siamo nel genere pura alchimia sonora. Come succedeva per certe band post-moderne o alcuni esperimenti di mash-up estremo. All'inizio il giochino di società qui è cercare di rintracciare i riferimenti sonori e madeleine di vario tipo. Con un paio di differenze sostanziali: The Stepkids (letteralmente “figliocci”, ironici fin dal nome) suonano tutto, e bene (a proposito, ascoltate su Youtube le loro versione jazzy di Get Lucky e Suit & Tie per capire di che pasta sono fatti). E poi, dopo un paio di ascolti, una volta usciti dall'ubriacatura sonora, si capisce che dietro le mille stratificazioni armoniche dei tre nerd ci sono anche delle ottime canzoni pop.

Il punto di partenza è la fusion jazz-rock degli anni 70 ma che gli Stepkids come piccoli novelli Van Dyke Parks si divertono a ibridare con Broadway (“Memories of Grey”) o con il groove sbilenco di Prince quando si poteva definire genio (“Moving Pictures”), giocando con gli stilemi dell'indie più hipster (“Insicure Troubadour”), usando il brassmaster nel modo in cui lo faceva il Miles Davis più sperimentale di “Miles in the sky” (“Sweet Salvation”), unendo i synth prog con l'hiphop (“Bitter Bug”) e associando Brian Wilson con il jazz (“Brutal Honesty”).





Tra divertimento e ambizione (il troubadour, protagonista dell'intero concept disc, è una figura che fa riferimento ai poeti medievali) gli Stepkids si muovono con esperienza, in un disco che ad ogni ascolto svela nuove sfumature.
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