«L'ANIMA VOLA - Elisa» la recensione di Rockol

Elisa - L'ANIMA VOLA - la recensione

Recensione del 16 ott 2013 a cura di Paola De Simone

La recensione

Dite la verità: in quanti aspettavate che Elisa pubblicasse un disco interamente in italiano? A intuito siete in molti ad attenderla al varco. E allora, sia che siate tra quelli che semplicemente la preferiscono quando canta in italiano, sia che apparteniate alla scuola degli invidiosi - perché da anni vi sentite ripetere che se volete fare musica in Italia, dovete cantare in italiano “ché di Elisa ce n’è una su un milione” - gioite, perché il grande giorno è arrivato. A sedici anni dall’esordio discografico, esce il primo lavoro di Elisa interamente cantato nella nostra lingua: “L’anima vola”. E senza girarci tanto intorno, vi diciamo subito che per far vacillare le capacità autorali e canore del grintoso usignolo di Monfalcone ci vuole ben altra prova. Nonostante la novità idiomatica, le undici canzoni che compongono l’album non tradiscono infatti uno stile ormai familiare, conquistato e consolidato nel tempo, spesso fatto di atmosfere cinematografiche, in cui suoni eterei e dilatati – merito anche degli archi di Davide Rossi, già accanto ai Coldplay, Goldfrapp e Moby - si fondono con la grinta di un rock tipicamente anglosassone. Ma veniamo ai contenuti: questo disco racconta l’amore e i rapporti umani, fatti di complessità (“mentre gli altri nuotano, qui ci si perde fra tutte queste onde”), errori (“a noi è sfuggito tutto”) e cambiamenti (“come una specie di telecomando, per tornare a dove, per tornare a quando”), narrati con una penna chiara e pulita, affatto assetata di facili rime, ma desiderosa di comunicare sensazioni e stati d’animo. E’ bello sentirla cantare dell’anima che “balla, quando si accorge che sei lì a guardarla” (“L’anima vola”), è intrigante leggere tra le righe una dichiarazione di forza: “Non mi pensare così fragile, da non fermarmi prima di sentire lo schianto” (“Maledetto labirinto”) ed è tenero sentile dire alla figlia “sai di ferro e di biscotto” (“Non fa niente ormai”). Uno stile così maturo e leggibile che senza fatica si distinguono i tre brani che portano tutt’altre firme, quelle di: Luciano Ligabue che ha scritto una emozionante canzone per suo figlio e ha preferito affidarla alla voce di una madre (“A modo tuo”), Tiziano Ferro presente anche in un significativo cameo vocale (“E scopro cos’è la felicità”) e l’immancabile Giuliano Sangiorgi (“Ecco che”, colonna sonora del nuovo film di Giovanni Veronesi, “L’ultima ruota del carro”), ormai tra gli autori più richiesti. Curioso è vedere come, oltre Ligabue, anche Ferro le abbia cucito addosso un brano che affronta il tema della maternità, non come consapevolezza del crescere (tema di “A modo tuo”), ma come dirompente cambiamento. A fare da collante a tutte queste canzoni è la voce sempre ben dosata di Elisa e la sua talentuosa interpretazione, che sa comunicare persino le sfumature. Sentite ad esempio la trepidante “Un filo di seta negli abissi” e vi parrà di vederla scivolare giù nelle profondità, alla caparbia ricerca di quel filo di seta che, prima di rompersi, la teneva unita al suo amore ormai distante (“Non so se ho capito bene, tu non vuoi venire a cercare insieme”).



A chiudere le collaborazioni è la canzone “Ancora qui” – scritta da Elisa su musica di Ennio Morricone e inclusa nella colonna sonora dell’ultimo film di Quentin Tarantino, “Django Unchained” e qua presente nella versione definitiva (nel film venne usato un demo). Delicata e avvolgente, di matrice più classica, come ovvio che sia dato il compositore. Nell’insieme lasciateci dire che questo ottavo disco di Elisa, da lei prodotto e arrangiato, gira bene e l’aver cantato solo in italiano nulla ha tolto alla musicalità del suo linguaggio. Il rischio c’era, è evidente, ma l’ostacolo è stato aggirato con eleganza e talento. Poi uno dice che di Elisa ce n’è una su un milione.
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