«FANFARE - Jonathan Wilson» la recensione di Rockol

Jonathan Wilson - FANFARE - la recensione

Recensione del 14 ott 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

C’era un tempo, secoli fa, in cui la musica serviva ad accompagnare riti e cerimonie. Non veniva mai eseguita per il puro piacere di essere ascoltata - quel modo di fare musica, che per noi oggi è naturale, è arrivato relativamente tardi. Tra quelle musiche “cerimoniose” c’era la fanfara.
A noi questa parola evoca le marcette dei carabinieri, ma le fanfare in origine erano musiche “festose e solenni”, con strumentazioni complesse, soprattutto di fiati. Poi la parola, almeno in italiano, ha preso a indicare le bande e le loro musiche.
La “fanfara” di Jonathan Wilson, quella che dà il titolo e il senso al suo secondo album, è quella del senso originario della parola. "Fanfare", il brano che apre il disco, parte su un piano e poi si apre su archi, fiati, batteria e voce. Perché alla fine, questa sarà pure una composizione “festosa e solenne”. Ma è pur sempre un disco rock. E che disco rock.
Se il mondo della musica fosse giusto, “Fanfare” verrebbe messo in mezzo tra “Random access memories” dei Daft Punk e “Reflektor” degli Arcade Fire, ovvero tra quelli che, con ogni probabilità, verranno ricordati come i dischi più ambiziosi di questo di 2013 .
Ma il mondo non è sempre giusto. E poi, Jonathan Wilson è meno “cool” del duo francese e della band canadese: pratica un genere oggi più di nicchia, meno di moda: il rock californiano. Ma la sua visione musicale è altrettanto grande. Questo non è neanche rock orchestrale: sono semplicemente grandi canzoni, con suoni, arrangiamenti e strutture che non ti aspetti, mai banali, ipnotici. Basterebbe prendere “Dear friend”: che parte come un valzer, si apre con una melodia quasi beatlesiana e termina con assolo di chitarra degno del miglior Jerry Garcia.




Wilson è sbucato fuori dal nulla: un disco ignorato nel 2007. Tanto lavoro come uomo ombra, in studio (la sua lista di crediti su Wikipedia è impressionante). Poi, un disco di retro-rock psichedelico, “Gentle spirit”, osannato da molti - noi compresi. Quindi una credibilità che si consolida a suon di concerti, collaborazioni, produzioni (l’ultima, quella di del ritorno di Roy Harper). E infine, questo disco. Che sposta l’asticella più in alto.
Certo, c’è il rock dritto e diretto: “Love to love” sembra uscita da un disco del primo Jackson Browne o degli Eagles. Così come il finale di “Moses pain”, forse una delle canzoni più belle dell’album, con quell’impasto vocale che sa tanto di west coast (certo, ci sono Crosby & Nash ai cori). Ma già questa canzone mostra come Wilson non si accontenti: mira ad una musica cinematografica, fatta di contrasti, aperture, grandi spazi, divagazioni: la psichedelia elettrica di “Illumination”, quella hippie di “New Mexico”, il folk di “Desert trip” (con Jackson Browne - toh, guarda - ai cori), gli echi beatlesiani che tornano in “Future vision”, il pop retrò di “Fazon”.
Il bello di “Fanfare” è che il festoso prevale sul solenne: non c’è mai pesantezza, ma c’è serenità, nelle canzoni di questo disco. Wilson riesce ad essere ambizioso senza essere arrivista - la differenza è sottile, ma c’è e si sente. La sua non è di quelle ambizioni sfrenate di quelle band che, scrivendo canzoni complesse, sembrano volerti dire: “Ora ti insegno come si fa e contemporaneamente divento famoso”. No, a Wilson interessa fare buona musica e basta, nelle canzoni si percepisce quella coolness, quell’essere “laid back” tipicamente californiano. Il suo unico lato debole è la voce: non quella musicale, perché quella è chiara e unica. Ma la voce in sé, non particolarmente “forte” per timbro e tonalità (ma ampiamente compensata dal resto del suono).
“Fanfare”, alla fine, non è più solo un disco “retromaniaco” o la miglior rivisitazione possibile del rock californiano. E’ semplicemente un grande disco: musica buona per ogni occasione: per rilassarsi, per sognare o come semplice colonna sonora.
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