«THE DIVING BOARD - Elton John» la recensione di Rockol

Elton John - THE DIVING BOARD - la recensione

Recensione del 23 set 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Merito di Bob Dylan , a quanto pare. Un sano spirito di emulazione, una casuale scintilla di ispirazione è alla base del nuovo album di Elton John , convintosi della possibilità di fare un grande disco in terza età dopo avere ascoltato e ammirato "Modern times". Era consapevole, il signor Dwight, di aver perso il contatto con la sua anima artistica più genuina, anche se è almeno dai tempi di "Songs from the West Coast" (2001) e di "The Captain and the kid" (2006) che s'è rimesso a fare dischi dignitosi dopo anni - decenni - trascorsi a dilapidare il suo talento in una trafila di operine svogliate, fabbricate in serie, di pura routine. Si rendeva conto di avere bisogno, come tanti oggi, "di tornare indietro per andare avanti". E se His Bobness è stato la miccia inconsapevole di quella ritrovata energia creativa, il motivatore sul campo porta il nome di T Bone Burnett , custode e apostolo del "suono delle radici" che, dopo avere concertato il bel disco in coppia con Leon Russell ("The union", 2010), lo ha convinto a strapparsi metaforicamente di dosso gli ultimi lustrini e ad affidarsi alle sue risorse più preziose, la voce e il pianoforte (con un po' di basso e batteria).

Mattatori assoluti, quanto e forse più che agli esordi anni Settanta, di "The diving board": tanto che il pezzo che lo apre, "Oceans away" è un intimo dialogo tra i suoi tasti e le sue corde vocali senz'altro contributo che quello di Bernie Taupin, grande artigiano della parola che onorando la memoria di papà Robert, capitano dell'esercito, cuce sulla bella melodia in forma di inno un commosso omaggio alle vittime della Seconda Guerra Mondiale che riposano sotto una piccola croce di legno a oceani di distanza. Quelle parole, e quegli arpeggi di piano fluenti e squillanti, sono la chiave giusta per entrare nel mood di un disco che evoca il passato ma non lo scimmiotta perché - parole dell'autore - "è un album di un vecchio di 66 anni, non di un giovane 26enne che registra 'Rocket man'", e dunque "pieno di canzoni mature e riflessive". Brillante ma malinconico, a tratti effervescente ma composto.





Elton ha ancora insospettabili riserve di energia, e lo dimostra in alcuni vibranti scampoli di "Cosmic American Music" figli di "The Union" ma anche di "Tumbleweed connection", di "Madman across the water" come dei "Mad dogs" di Russell quando faceva il gran cerimoniere nel circo viaggiante di Joe Cocker. Taupin, inglese del Lincolnshire ma yankee nell'animo, con quel calderone di stili che evocano l'epopea della frontiera e il sogno americano ci va a nozze da sempre e non gli sarà parso vero di fantasticare con il vecchio amico di t-bone steak e film da ultimo spettacolo nel clamoroso gospel rock di "A town called Jubilee": un pezzo che davvero ricorda gli antichi fasti, con i martellanti accordi di piano ben assecondati da basso (lo suona il divo neo-soul a href="http://www.rockol.it/artista/Raphael-Saadiq"> Raphael Saadiq ), batteria (Jay Bellerose, una garanzia) e la chitarra blues di Doyle Bramhall II. E' il verbo sincretico del Sud, il "country-funk" che torna nella schioccante "Take the dirty water", ancora più americana per via di una steel guitar, e in una spensierata, bluesata "Mexican vacation (Kids in the candlelight") che profuma di Randy Newman e Little Feat. Sono, quelli, i momenti più vivaci - assieme al peso leggero "Can't stay alone tonight", midtempo soul pop senza troppe pretese - di un disco in cui Elton si cala in storie e personaggi ma rivela soprattutto molto di se stesso. Taupin, che alla definizione di paroliere preferisce quella di cantastorie, lo spinge a immedesimarsi in Blind Tom Wiggins, pianista autistico e prodigioso a cavallo tra Ottocento e Novecento del secolo scorso, in un poeta bohémien fallito ("My quicksand", il pezzo più mélo e teatrale che improvvisamente si dissolve in uno shuffle jazzato a ritmo di spazzole), in Oscar Wilde esule verso la cittadina francese di Dieppe dopo essere uscito di prigione, ma soprattutto lo stimola a riflessioni intime e autobiografiche come "Voyeur" e "Home again", dove canta di chi, come lui, ha sognato di scappare dalla nebbia di "una piccola città spettrale" ma alla fine della corsa ha ripiegato verso casa, con una brama che "se non fossi mai andato via non avrei mai conosciuto".

Della voce e del pianoforte dimostra ancora una padronanza assoluta, ricavando dallo strumento tocchi percussivi ed eleganti ornamenti, sequenze in stile honky tonk e fraseggi classicheggianti (nei tre brevi preludi strumentali che legano le canzoni); il resto - qualche tocco d'archi, qualche sottolineatura di ottoni, qualche riff di chitarra (l'unico assolo rock è riservato a "Candlelit bedroom", confinata tra le bonus track della deluxe edition) - è solo colore, nella marcia grave e solenne di "The new fever waltz" come nella title track, un jazz blues da locale notturno che è anche un'ode ai tuffi, alle capriole, ai rischi e gli azzardi di una vita d'artista. Molto, molto più vicino a Newman o a Nina Simone che a Liberace o a una pop star del duemila, agli eroi stropicciati e impolverati di un tempo lontano che alle immaginette candide degli amici Versace e Lady D. Ha avuto un parto difficile, "The diving board", rimandato quattro volte e a lungo ripensato. Ma poi le canzoni sono venute fuori in due giorni, registrate privilegiando la spontaneità e le "first take". Il passato non torna, e non sarebbe un buon metro di giudizio: basta e avanza che con "The diving board" Elton John abbia ritrovato la voglia e il coraggio di onorare nel migliore dei modi il suo talento.
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