Recensioni / 06 set 2013

MGMT - MGMT - la recensione

Voto Rockol: 3.5 / 5
Recensione di Alfredo Marziano
MGMT
Columbia (CD)
"Sprofondare e dimenticarsi del tempo". Più chiari di così, nell'enunciare il loro nuovo manifesto programmatico, i MGMT non potevano essere. Il loro terzo album, che esce il 17 settembre e che abbiamo potuto ascoltare in anteprima negli uffici di Sony Music, porta per titolo il nome del gruppo (un espediente sovente utilizzato per rimarcare un giro di pagina o un nuovo inizio) e ribolle spesso di sonorità magmatiche e gassose, sospese in una quarta dimensione appena fuori dallo spazio/tempo reale, come fosse stato composto ed eseguito in una capsula spaziale in assenza di gravità. Non a caso, l'edizione deluxe del cd è corredata dall' "Optimizer", un software che integra musica e immagini (pulsazioni magmatiche, giochi di luce, rifrazioni, meduse, corpi e volti femminili, forme di vita che sembrano spermatozoi) in un'esperienza multisensoriale che può ricordare i vecchi light show al Fillmore di San Francisco o allo UFO Club di Londra, anche se i Sixties sono lontani, la condivisione è sempre più virtuale e per abbandonarsi alla suggestione ora bastano un computer o un lettore dvd. Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser sono un duo di successo, svettano in classifica e pure in Italia hanno un loro fan club. Ma hanno voluto coraggiosamente giocare d'azzardo eliminando dal loro "pop futurista" quasi ogni riferimento immediatamente riconoscibile per buttarsi a corpo morto in un trip mentale avventuroso e magari senza ritorno, "ventimila anni luce lontano da casa".

Se proprio qualcuno devono citare, allora scelgono di pescare nei meandri oscuri del garage rock americano dei Sixties, roba da "Nuggets" e da ristampe degli specialisti della Sundazed: nientemeno che i dimenticati Faine Jade di "Introspection", gioiellino alla Rolling Stones in trip lisergico che anche in questa versione più corposa e fragorosa dell'originale si impone subito come episodio più strutturato, gradevole e immediatamente memorizzabile della raccolta. L'altro gancio forte del disco è il punkeggiante singolo che lo ha preceduto, "Your life is a lie", tre note incalzanti per un'ironica filastrocca servita con elementare brutalità e con l'aiuto di un delizioso videoclip . Già "Alien days", altro pezzo già noto e messo in circolazione lo scorso aprile in occasione del Record Store Day, è di tutt'altra pasta e parla un'altra lingua, space rock melodico scandito da beat potenti che nel finale sembra andare consapevolmente alla deriva perché, si direbbe, agli MGMT è dolce naufragar in questo mare in cui hanno scelto di tuffarsi, coadiuvati ancora una volta da quel Dave Fridmann che gli mette a disposizione studio di registrazione, assistenza e competenza tecnica.

Hanno concepito il loro disco come "un locale a più piani dentro al nostro cervello", hanno lavorato principalmente partendo da basi di sintetizzatori e batteria (l'elettronica e il ritmo sono preponderanti) e si sente: niente "Kids" o "Time to pretend", portando un altro passo oltre le scelte già piuttosto radicali di "Congratulations", in una stratificazione sonora dove testi e voci suonano spesso distanti, enigmatici, volutamente confusi nel marasma di suoni ed effetti (il minimalismo non si addice proprio, agli MGMT). Nel continuum del disco, le variazioni cromatiche, di tono e di umore sono quasi frastornanti: "Cool song no. 2" dondola pigramente al ritmo di un raga siderale tra pianoforte e percussioni, "Plenty of girls in the sea" scherza aggiungendo un pizzico di Tears For Fears anni '80, "Mystery disease" e "A good sadness" introducono una nota più dark e malinconica, le voci straniate, sussurrate e quasi impercettibili di "I love you, death" cercano una risposta filosofica suggerendo che "tutti gli inizi sono una fine" e che "c'è luce nell'oscurità", mentre nel mantra di "Astro-mancy", ispirato "da una poesia del bardo surrealista Philip Lamantia e da un'aurora boreale", le parole affogano tra le onde acustiche per farsi puro suono. "La mia mente di plastica viene masticata e strilla in continuazione", confessano i due nel finale di "An orphan of fortune", e chissà se c'è del vero o è solo un esercizio di stile. Ci vorrà del tempo per digerire questo viaggio, per separare il grano dal loglio e capire quanto il loro azzardo, la loro rinuncia a certi confettini rosa degli esordi abbia pagato (anche in termini artistici, non solo commerciali).

Di sicuro nella formula chimica dell'album la componente lisergica ha preso il sopravvento su quella più zuccherina e più pop. I tempi sono cambiati, il suono è ultramoderno ma la spinta escapista di chi si sente alieno sulla terra, "straniero in terra straniera" come nel vecchio romanzo di fantascienza di Robert Heinlein, non è cosa nuova: e chissà, magari oggi anche i 13th Floor Elevators di Rocky Erickson e l'astronave Starship di "Blows against the empire" non suonerebbero così diversi da questi MGMT.