«FROM BEER TO ETERNITY - Ministry» la recensione di Rockol

Ministry - FROM BEER TO ETERNITY - la recensione

Recensione del 06 set 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Un testamento, per la sua natura intrinseca, per essere valido ed eseguibile senza complicazioni deve essere: semplice, conciso e facilmente interpretabile. Sia chiaro, non è una norma sancita da nessun regolamento, ma solo dal buon senso. E da questo punto di vista “From beer to eternity” (che – a latere – guadagna d’ufficio la medaglia d’oro per il titolo più ignorante del mese) dei Ministry non fa assolutamente una grinza. Anzi, farebbe la felicità di ogni notaio, per la sua cristallina purezza e trasparenza: non ci sono circonvoluzioni, ogni tassello è solidamente al suo posto e non c’è possibilità di errore.

Parliamo di testamento in quanto questo, almeno allo stato attuale delle cose, dovrebbe essere l’album di congedo di Al Jourgensen e soci, che con questa tredicesima fatica in studio dichiarano di voler mettere il sigillo finale alla loro carriera. Ma non doveva essere “Relapse” il canto del cigno del gruppo? Sì, se è per questo anche il precedente “The Last Sucker” del 2007... ma stavolta probabilmente è vero, visto che il tutto è dedicato alla memoria di Mike Scaccia, chitarrista dei Ministry morto di attacco cardiaco mentre suonava con l’altro suo gruppo – i Rigor Mortis – a dicembre del 2012. E i brani che lo compongono sono stati scritti con Scaccia, quindi escono per ricordarlo. Un ottimo modo di chiudere un ciclo, se vogliamo.

Dicevamo che in quanto testamento è un gesto perfetto, almeno formalmente, visto che riassume con precisione, decisione e ottima sintesi ciò che i Ministry sono stati da fine anni Ottanta a oggi – trascuriamo gli esordi synthpop, che non hanno rilevanza per la fanbase più accanita della band, né per la storia della musica contemporanea... una macchina nata per macinare quello che una volta si chiamava “industrial metal” e che non è altro che la contaminazione tra elettronica pesante (con loop e campionamenti martellaneuroni) e schitarrate di rock durissimo, magari con voce e ritmiche belle tirate.




“From beer to eternity” è un disco jourgenseniano al 100%, trasuda di umori alla Ministry ed è riconoscibilissimo nella sua fedeltà al brand. È senza dubbio un modo coerente di salutare, senza fare inchini o giocare ai fenomeni, ma piuttosto scaricando un’ultima dose di violenza sonica sugli ascoltatori.
Il fatto è che, e questo è il rovescio della medaglia, in pratica non c’è niente – ma proprio niente – che in qualche modo possa far preferire questo album, a parte la novità in senso cronologico, ai suoi predecessori e al repertorio ormai classico dei Ministry.

In pratica, la band saluta con un disco più che dignitoso, ma senza veri picchi. A parte una maggiore ruvidità e sporcizia sonora, infatti, tutto il resto è un ottimo esercizio di stile con tema: “I Ministry rifanno i Ministry”. E bene, aggiungiamo noi, anche se non a tutti questo può bastare.
Non per tutti gli ascoltatori, infatti, la capacità di citarsi e riprodurre anche solo una porzione di quello che furono i Ministry dell’età dell’oro – diciamo l’epoca di “Psalm 69: the way to succeed and the way to suck eggs” e gli anni subito seguenti – è un requisito fondamentale. Anche perché il solito avvocato del diavolo che si annida in ognuno di noi facilmente potrebbe obiettare che questo genere, fresco, violento e mai sentito prima all’inizio degli anni Novanta, ora è esattamente un “genere” nel senso più ristretto del termine: codificato, rigido e con pochissimo spazio di manovra (mi vengono in mente, per fare un parallelo concettuale, il garage punk e le sue emanazioni garage revival e neo-garage, per intenderci meglio). E purtroppo non è invecchiato benissimo: la contaminazione tecnologia/rock duro, infatti, ha presto esaurito la sua carica dirompente.

Se già eravate fan dei Ministry troverete ottimi spunti in brani come “Hail to his majesty (peasants)”, “Permawar”, “Punch in the face”, “Fairly unbalanced” e “Side FX include Mickeys middle finger TV 4”. Altrimenti non cambierete di una virgola il vostro giudizio sulla band, questo è poco ma sicuro.
Un addio – se davvero di un addio si tratta – solido, per quanto non epocale. Ma del resto, come per la maggior parte delle band che hanno significato qualcosa di importante, le cose epocali di solito arrivano in altri momenti della carriera: difficilmente alla fine.
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