«VAGABOND WAYS - Marianne Faithfull» la recensione di Rockol

Marianne Faithfull - VAGABOND WAYS - la recensione

Recensione del 13 lug 1999

La recensione

«Oh, dottore, per favore/ bevo mi drogo/ amo il sesso e ho viaggiato molto/ ho avuto il mio primo figlio a 14 anni e credo sì credo di essere una vagabonda/…per favore non mi rinchiuda/ mi lasci andare/ se mi lascia uscire le prometto che non tornerò più/ prenderò una nave e attraverserò il mare/sono giovane, povera e ho anche paura/ ma rimarrò come sono e manterrò i miei modi da vagabonda…». Marianne Faithfull, chi altri? Chi può includere nei ringraziamenti dell’album Charles Baudelaire e Anita Pallenberg (la ex-signora Richards dei bei tempi andati), Oscar Wilde e il produttore Daniel Lanois, Arthur Rimbaud e Marcus Garvey, Herman Melville e Kate Moss? Il Rock torna maiuscolo in un album di ballad confessionali, di drinking songs autobiografiche, popolate di desiderio, nostalgia e rimpianti. Dove è lei l’unica protagonista e la grande sacerdotessa officiante: “Vagabond ways” dà soltanto il la ad un album intenso e ripiegato su stesso, anche se maggiormente distante dalle prove più spezzate e desolanti della sua produzione. L’ambientazione folk fornita a molti brani dall’assistenza di Mark Howard regala uno spessore più neutro al lavoro, ed è impreziosita dalla presenza, in tre brani, di Daniel Lanois, qui non nelle vesti bucoliche di “Acadie” ma in quelle più inquietanti di “For the beauty of Wynona”. Echi di gospel e di blues popolano le canzoni dell’album, che vive dell’interpretazione assoluta di Marianne Faithfull, della sua voce roca e scavata, a tratti nasale come quella di Dylan (“File it under fun from the past”) o sguaiata come quella di Jagger (“Wilder shores of love”). “Incarceration of a flower child” è un gioiellino firmato Roger Waters e risalente ai tempi dei Pink Floyd, anzi è l’archetipo della canzone angosciata che furoreggia su album come “The wall” e “The final cut”, e Marianne lo fa suo con una naturalezza che ha dell’incredibile. E riconoscereste mai in “For wanting you”, dall’incedere quasi funereo e l’apertura melodica spezzata, una tipica canzone firmata da Elton John & Bernie Taupin? Eppure è proprio così, ed è la stessa Marianne ad averla definita “un capolavoro”). E “Tower of song”, dal tocco cajun appena impreziosito dal suono di un Wurlitzer, rende onore al suo autore Leonard Cohen. E’ splendida “Electra”, deliziosamente folk-noir, e poi i tre brani realizzati con Lanois, “Marathon kiss” – dove compare anche la voce di Emmylou Harris, interprete della versione originale –, “Great expectations” e la conclusiva “After the ceasefire”, un brano di grande atmosfera su cui Marianne recita le parole del testo. E’ difficile spiegare la magia che si sprigiona da un album come questo, forse per merito di un’intensità che a tratti sembra appartenere ad altri tempi del rock’n’roll. Il viaggio fatto in anni precedenti nella musica di Kurt Weill e nelle parole di Bertold Brecht arricchisce “Vagabond ways” di una dimensione ulteriore, rendendolo simile a una testimonianza, a ricordi svelati affinché non vengano dimenticati. Un grande ritorno.
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