«BLUES - Eric Clapton» la recensione di Rockol

Eric Clapton - BLUES - la recensione

Recensione del 12 lug 1999

La recensione

Che Eric Clapton abbia trascorso metà della sua carriera a sfuggire il successo e l’altra metà a inseguirlo è un fatto assodato. Se nei gruppi in cui ha militato (Yardbirds, Bluesbreakers, Cream, Blind Faith, Derek and the Dominos) Clapton si è sempre comportato egregiamente, assurgendo in alcuni casi a modello di purezza e integrità artistica, non altrettanto si può dire dei suoi trascorsi solistici, che con il senno del poi si possono valutare tutto sommato insoddisfacenti. Una produzione a dir poco dispersiva, la sua, visto che di venti album incisi in quasi trent’anni di carriera oggi rimane ben poco. E mentre Clapton produceva un simil-pop dalle venature di volta in volta roots, reggae, country o rock, sognava di registrare un vero album di blues, o meglio un album di vero blues. «Non me lo posso permettere, la mia posizione sul mercato non è sufficientemente solida», diceva a metà degli anni ’80, quasi per mettersi paura da solo e continuare con il suoi album griffati da Phil Collins. E invece “From the cradle”, l’album blues di Clapton uscito a metà degli anni ‘90, è diventato immediatamente uno dei suoi dischi più venduti di sempre, semplicemente perché QUELLO era il disco che i suoi fans stavano aspettando da vent’anni, mentre i capelli si facevano grigi e i figli crescevano. Ora, stendiamo un pietoso velo su chi in trent’anni di carriera non è riuscito neanche a farsi un’idea di quello che vuole il proprio pubblico (che peraltro è musica molto più ‘integra’ di quella da lui prodotta): il fatto è che, andando a spulciare i dischi di Clapton, le cose migliori presenti su vecchi dischi come “461 ocean boulevard” o “There’s one in every crowd” – guarda caso – sono i blues. E quello che promette questa antologia, finalmente con un tema sensato dopo l’orda di compilation commerciali dedicate negli ultimi anni a Slowhand, è riportare alla luce gli skills del chitarrista inglese e non solo: accanto alla tecnica e al suo feeling interpretativo, “Blues” illumina anche la capacità di interprete di Clapton, a partire dalla scelta del materiale, che è tutto di gran gusto. Da “Mean old world” di Walter Jacobs a “Have you ever loved a woman” di Billy Myles, da tradizionali come “Alberta” e “Early in the morning” a firme prestigiose come quelle di Willie Dixon ed Elmore James, chiamate in ballo rispettivamente per “Meet me (down at the bottom)” e “The sky is crying”, si attraversa un mondo musicale che porta dal Delta del Mississippi al blues elettrico di Chicago. Né va dimenticata la capacità di scrivere, da parte di Clapton, piccoli gioiellini blues degni di non sfigurare accanto a quelli dei maestri, come “Give me strenght” e “To make someone happy”. Questa raccolta attinge tanto al suo materiale ufficiale che alle due antologie denominate “Crossroads”, ma ci regala anche quattro tracce inedite: due versioni di “Before you accuse me” risalenti alle session per l’album “Backless” (Clapton inciderà di nuovo il brano per inserirlo sull’album “Journeyman” del 1989), una di “Alberta” (presente in versione live su “Unplugged”) e “Meet me (down at the bottom)”, tratta dalle session incise per “461 ocean boulevard”, album su cui il suono di chitarra di Clapton e il suo tocco sono in alcuni momenti da antologia. Insomma, se in casa vostra volete un solo album solista di Clapton, e il Clapton che vi interessa è quello blues, questo è il disco che fa per voi, magari affiancandolo proprio all’Unplugged di qualche anno fa.
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