«SUPER COLLIDER - Megadeth» la recensione di Rockol

Megadeth - SUPER COLLIDER - la recensione

Recensione del 03 giu 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

“Ci sono canzoni più scure e altre più veloci. Ora non sappiamo cosa faremo, dove andremo a parare, siamo in una posizione per cui è come se il mondo fosse nostro e noi ne faremo ciò che crediamo. Torneremo alle nostre radici thrash? Sperimenteremo e ci butteremo sulla melodia?”, diceva Dave Mustaine nel 2012, mentre “Super collider” stava prendendo forma in studio. Ebbene, è chiaro che i Megadeth (o meglio: Mustaine, essendone il deus ex machina) hanno fatto una scelta piuttosto netta e hanno puntato sulla melodia, su un arrotondamento degli spigoli e un sensibile utilizzo di tinte meno cupe.
Non che i Megadeth non avessero mai tentato questa strada – anzi: tra tutti i titani della scuola thrash, fin dagli anni Ottanta, sono stati forse i primi ad adottare un approccio sonoro in cui la melodia avesse uno spazio ben definito; il punto è che con “Super collider” è stata abbassata di molto, e senza tanti complimenti, l’asticella che delimitava i limiti del “troppo melodico”: quello che ci troviamo, dunque, è una versione bizzarra dei Megadeth in salsa quasi AOR (non in tutti i brani, ma in buona parte).



Non che siamo nel reame del capello cotonato, degli spolverini di pelle, dello stivale pitonato e del solo melodico che fa arrapare la fortysomething media statunitense, ma ci manca veramente poco in certi frangenti (vedi il singolo che dà il titolo all'album, che sa tanto filologicamente di anni Ottanta e glam metal/pop metal del Sunset Strip, che quasi non ci si crede). Quindi la sensazione è straniante, visto che i Megadeth non si erano mai spinti così oltre.
La vera domanda è: ma “Super collider” è un brutto disco? Difficile rispondere senza lasciarsi trasportare dal lato irrazionale. Di sicuro non è il top di Mustaine, questo va detto, e non è nemmeno un album thrash o speed metal. Ma non è nemmeno brutto… è semplicemente diverso. Con tutto il carico di positivo e negativo che questa aggettivazione comporta, ad esempio dal punto di vista dei fan più o meno storici.
Melodia a parte, comunque, è evidente che Mustaine ha davvero provato nuove strade: in “The blackest crow”, su tutti i brani, c’è un feeling folk tutto southern/cajun gustoso e inedito. Poi ci sono due collaborazioni con David Draiman dei Disturbed e una cover dei Thin Lizzy ad arricchire il quadro complessivo.
Peccato che il tutto risulti un po’ fuori fuoco, consegnandoci un album che non possiamo che definire di transizione, con brani di robusto hard rock metallico un po’ troppo semplici e lineari per gli standard della band. Del resto le evoluzioni e i cambiamenti non sempre avvengono a strappi improvvisi, ma necessitano appunto di periodi di aggiustamento, zone grigie e aree neutre: questo è – almeno al momento e salvo sviluppi futuri – “Super collider”. Forse i Megadeth stanno cercando di liberare la loro anima di gruppo rock a 360°, accantonando parzialmente le categorizzazioni rigide che, dopo tanto tempo, rischiano di asfissiare creatività e motivazione… per cui li attendiamo alla prossima prova e archiviamo “Super collider” con una sufficienza piena, ma sbigottita.
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