«WROTE A SONG FOR EVERYONE - John Fogerty» la recensione di Rockol

John Fogerty - WROTE A SONG FOR EVERYONE - la recensione

Recensione del 31 mag 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Frangetta, foulard e camicione a quadri come a vent'anni, ora che ne ha sessantotto e li combatte a suon di lifting e tinture per capelli John Fogerty continua ostinatamente a perpetuare la sua immagine e la sua visione musicale, anche se le straordinarie corde vocali sono lievemente segnate dal tempo e il timbro si è fatto un po' più stridulo. Le canzoni nuove gli vengono fuori col contagocce, però, e così soggiace di buon grado anche lui all'inesorabile rito del disco "classici & duetti", tipico espediente per rivitalizzare un catalogo che non ne avrebbe bisogno: tra il 1968 e il 1970, tre anni magici e irripetibili in cui il californiano di Berkeley che sognava le paludi della Louisiana ha lasciato ai posteri un'eredità incancellabile, i suoi Creedence Clearwater Revival spadroneggiarono controcorrente recuperando nel mezzo della stagione psichedelica i fondamentali della musica popolare americana (folk, country, hillbilly, rockabilly, rock'n'roll, soul, rhythm&blues). Sei album - il settimo non conta - e una micidiale sequenza di hit sono il formidabile raccolto di quel periodo che gli ha permesso di vivere di rendita nei momenti bui (segnati da un'estenuante battaglia legale con Saul Zaentz della Fantasy Records e da un conflitto mai risolto col fratello Tom, morto nel 1990) e che gli consente in questa occasione, così come nei concerti, di assemblare una scaletta che suona come un formidabile juke box intergenerazionale.

Non sorprende, dunque, che anche "Wrote a song for everyone", a parte un paio di recuperi dai dischi solisti e due inediti dignitosi ( la vigorosa, chitarristica "Train of fools" ha forse un ritornello un po' troppo scontato e ruffiano, ma "Mystic highway", tre canzoni al prezzo di una, ha un bell'andamento country rock, un'intrigante sezione strumentale e un accattivante break in tinta gospel) , viva totalmente di repertorio Creedence, suonato e interpretato dal vecchio eroe con energia e convinzione adeguate. Il problema, endemico a dischi di questo tipo, risiede piuttosto nella prevedibilità del progetto e soprattutto nella scelta del cast, selezionato - si direbbe - dall'ufficio marketing della casa discografica per colpire target diversi e solleticare differenti fasce di mercato: qualche star del country, qualche alternative rocker à la page, qualche giovane diva da talent show.





Cosicché nella title track, memorabile ballata al livello delle cose migliori della Band, al post di Mavis Staples e di Jeff Tweedy (che la incisero per "You are not alone", tre anni fa), abbiamo l'incolore stellina di Nashville Miranda Lambert e un invadente, chiassoso assolo di chitarra elettrica di Tom Morello: il paragone, purtroppo, è improponibile. Qualche attore, detto in altre parole, non sembra adatto alla parte, e altri sono pesi piuma che non avrebbero dovuto incrociare i guantoni con un Muhammad Ali del rock come Fogerty. I duetti con mrl Nicole Kidman Keith Urban (una frizzante ma leggera "Almost saturday night", voce da radio FM, coretti, banjo e mandolino), Brad Paisley ("Hot road heart", estratto dal non indimenticabile "Blue moon swamp" del 1997, con un vivace duello chitarristico), Alan Jackson (una "Have you ever seen the rain" con violino e lap steel piallata e appiattita sui canoni nashvilliani) e Zac Brown Band (nelle cui mani "Bad moon rising" diventa un vivace ma innocuo western swing) manderanno magari in sollucchero certo pubblico americano ma sottraggono aura alle canzoni, mentre Kid Rock sembra quasi intimidito, a dispetto della voce sempre sguaiata, in una "Born on the bayou" decisamente meno eccitante e limacciosa dell'originale. Al contrario i Foo Fighters di Dave Grohl (che con Fogerty ha suonato di recente anche con i Sound City Players) hanno la personalità per piegare al loro volere "Fortunate son", inno rabbioso e generazionale della classe operaia nata senza il cucchiaio d'argento in mano: ma anche se la loro rocciosa versione innesta il turbo, l'originale aveva un motore decisamente più duttile ed elastico. I giovani Fogerty, Shane e Tyler, che con papà John condividono regolarmente palco e studio di registrazione, scelgono a loro volta l'elettricità e l'alto volume per irrobustire il quieto country rock di "Lodi", diversamente dai Dawes, che portano "Someday never comes" (dal dimenticato, incerto e bistrattato "Mardi gras", l'ultimo disco Creedence targato 1972) tra le placide colline di Laurel Canyon in un gioco di delicati equlibri elettroacustici, o dei My Morning Jacket di Jim James che, in linea con le sue ultime produzioni, trasforma "Long as I can see the light" in un assorto gospel elettrico corredato da efficaci soli di chitarra. La reinvenzione più radicale ha per oggetto la celeberrima "Proud Mary", che il grande Allen Toussaint, ambasciatore mondiale della musica di New Orleans, cucina come una jambalaya mescolando brass band, gospel e cajun rock all'r&b dell'indimenticata versione di Ike & Tina Turner (anche se Jennifer Hudson, bella voce nera, gigioneggia un po' troppo in stile American Idol), ma a portare a casa il risultato migliore, alla fine, è il vecchio Bob Seger, coetaneo di Fogerty - stesso anno, 1945, stesso mese di maggio - capace di lasciare un'impronta vocale e strumentale (quel pianoforte è un suo marchio di fabbrica) su una lenta e vibrante rilettura di "Who'll stop the rain". E' il momento in cui anche Fogerty sembra più a suo agio, ispirato più che divertito o incuriosito dagli incontri con i suoi ospiti, ma non basta a sostenere il confronto con le incisioni classiche dei Creedence: per colmare il gap e rinfrescarsi la memoria conviene allora affidarsi a Spotify o ai dischi del catalogo Fantasy/Universal ristampati a medio prezzo.
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