«L'OCEANO QUIETO - Il Buio» la recensione di Rockol

Il Buio - L'OCEANO QUIETO - la recensione

Recensione del 03 mag 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Navigare in un oceano quieto porta al naufragio della speranza; in un mare di ghiaccio.

Io la vedo così: questo è un concept. Lo è perché tutti i pezzi sono legati da un filo conduttore, sia lirico che sonoro. Dal primo all’ultimo pezzo il percorso è ben definito, il racconto procede a tappe (dieci in tutto) portandoti da un punto A ad un punto B. Da una domanda, a una risposta. Nel mezzo non tanto una crescita, quanto più una discesa nel cuore del discorso. Un discorso dalle fattezze post, punk e rock, e dai tratti prima neorealisti, poi, inevitabilmente, romantici. “L’oceano quieto” è il disco d’esordio de Il Buio, band nata a Thiene nel 2009 che la settimana scorsa abbiamo introdotto sulle pagine di The Observer, la nostra rubrica dedicata alla musica emergente. Un disco molto interessante, davvero complesso e avvincente, ma soprattutto bello. Come dicevo, per come la vedo io, un concept album.

Questo disco è il racconto di un graduale processo di alienazione. Un distacco dalla realtà che prende chi in questa realtà non riesce a trovarsi, chi si fa ancora certe domande, e pone, di conseguenze, determinate richieste. L’incipit, “Parole alla polvere” avanza la prima di queste domande: “Chi sei? Chi sono io? Chi sono gli altri?”. Viene introdotto il tema della ricerca di un’identità che è difficile da definire in un mondo segnato dall’incomunicabilità. Il pezzo è post punk, una tirata grezza e asciutta che richiama un po’ il sound del Teatro degli Orrori, tanto per farci un’idea. “Marionette” e “Il vento freddo” prendono spunto da queste domande e le rivolgono direttamente all’Io, ad una coscienza ormai “levigata come pietre, nel vento freddo”. Questo è il nostro Uomo, il protagonista de “L’oceano quieto”. “West” complica le ritmiche e taglia maggiormente le chitarre. Si comincia qui a entrare nel vivo del crescendo, nel corpo centrale di un disco dove all’iniziale domanda si risponde con un bel carico di disillusione; il ritratto di una realtà che sembra sempre più lontana. Ed ecco che il post punk si fa descrizione crude e in bianco e nero, a grana grossa: c’è un matto su un ponte, un tizio nudo che parla solo inglese che cerca in tutti i modi di attirare l’attenzione con un gesto clamoroso. Il prete accorre, e così lo sceriffo, sotto lo sguardo vigile del paese sotto choc. L’uomo reclama la sua realtà, un luogo dove ha deciso di abitare (“Via della realtà, 7”), ma che lo vede solo contro tutti. Contro l’ordine precostituito, umano o divino che sia. E noi da che parte stiamo?



Il crescendo per voce e chitarra apre il discorso all’ascoltatore. Noi, dunque, da che parte stiamo? Da quella del vero o dall’altro lato, sul divano, davanti allo schermo? Siamo quelli che vivono o quelli che credono ai “telegiornali che ritraggono i manifestanti con poca cura”? Un plotone d’esecuzione pronto a giudicare, ma incapace di giudicarsi. Tocca allora a chi sta a margine, a “Edoné: il clochard”, aiutarci a capire come siamo arrivati fino a qui. Magari attraverso un post rock, genere nettamente più adatto alla favola che questa persona si accinge a raccontare. Perché trattasi di favola ormai. La realtà è persa, ma rimane intatto il racconto di essa. “E’ notte qui” spegne la luce, spegne il vero e trasporta lo sguardo definitivamente sullo schermo: “La nostra vita è la pellicola di un film”. Non più attori, ma spettatori, “Naufraghi e viandanti”; il climax.

“Naufraghi e viandanti” è il pezzo cardine dell’intero album. Un pezzo profondo, dal sound estremamente complesso e appassionante, che porta il disco(rso) a conclusione: niente più ricerca, solo una buia e aspra presa di coscienza. “Siamo naufraghi con il mezzo sbagliato, e balliamo sulle ceneri dei sogni chiusi nei nostri cassetti. Il futuro, il nostro futuro, dove cazzo sta?”. “Sam” è quindi, infine, la catarsi dell’Uomo, sfiancato dalla ricerca del proprio io. Un uomo consapevole, ritratto romanticamente in un paesaggio definitivamente metaforico, sulle rive di un lago, ad ascoltare storie e “… una canzone che gli ricorda come tutto questo finirà”.

Navigare in un oceano quieto porta al naufragio della speranza; in un mare di ghiaccio.
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