«GIURADEI - Giuradei» la recensione di Rockol

Giuradei - GIURADEI - la recensione

Recensione del 12 apr 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Partiamo dall’idea, chiara e semplice, che se uno ha dentro delle belle storie, queste meritano a priori di essere raccontante. E aggiungo: se poi questo fantomatico Uno le sa raccontare bene, tanto meglio; a guadagnarci saranno le storie stesse (e il nostro tempo che verrà così ben occupato). Ora: l’Uno in questione, nella fattispecie non è uno ma sono due, e per giunta fratelli. Marco ed Ettore Giuradei. Il secondo più noto, il primo un po’ meno. Di Ettore conosciamo i tre album che porta in giro per l’Italia diciamo dal 2006 in poi: “Panciastorie”, “Era che così” e “La repubblica del sole”. Di Marco conoscevamo il lavoro con Ettore. Oggi però, tre dischi e sette anni dopo, i due fratelli escono con un album realizzato insieme. Resettare e ripartire: non più Ettore Giuradei e Marco Giuradei ma I Giuradei. Band o duo? Entrambi, a conduzione famigliare.

Il nuovo lavoro scritto insieme s’intitola - guarda un po’ - “Giuradei”, e quello che c’è dentro sono un pugno di belle storie, raccontate bene. Il che ci riporta all’idea iniziale: se uno ha dentro delle belle storie, queste meritano a priori di essere raccontate. Ci tengo a sottolineare in modo particolare quest’ultimo punto, ponendo ulteriormente l’accento su “a priori”. Il perché è presto detto. Parte il disco, attacca “Mi dispiace amore mio” e tac! Dietro alla voce (e alla musica) dei Giuradei, chiara e pulita, ecco materializzarsi uno spettro. Anzi, tre: Vinicio Capossela, Fabrizio De André e Franco Battiato. Stanno lì, guardano, sogghignano. “La sconosciuta”? I Nostri non si muovono, sovrintendono imperterriti. “Sta per arrivare il tempo”, qui è Battiato che se la ride un po’ più degli altri. Compiaciuto eh, non sembra proprio essersela presa. Anzi.



In “Dimenticarmi di te” fanno tutti e tre un fischio a Samuele Bersani, uno che al circolo dei Cantautori non salta una riunione. “Generale” ha un titolo che è già una telefonata. Mancava De Gregori all’appello, perché non invitarlo alla festa? Fatto trenta… Ecco, fermiamoci qui. Il concetto è chiaro e l’idea ce la siamo fatta: i Giuradei sono dei cantautori e si comportano come tali. Fine. E i nomi che troviamo scritti qui sopra sono quelli di persone che avevano (e hanno ancora) delle storie meravigliose da raccontare. Poco importa la forma, dunque: se qualcuno ne ha di altrettanto buone, che vengano raccontate, magari prendendo spunto da chi lo sa fare così bene. Vale a priori. I Giuradei? Ecco un buon esempio. Cancelliamo i riferimenti e ripartiamo dunque da zero: nei dieci pezzi che compongono questo disco, troviamo tante chitarre, un velo di nostalgia e un piccolo mondo dai contorni ingialliti, poeticamente ritratto con colori dalle tonalità pastello. Troviamo un cantautorato all’italiana (eccolo il succo della questione, non ci si scappa) che parla di vita e d’amore, con quel fascinoso tocco extra che proprio italiano non è: Depedro, chitarrista dei Calexico (e strepitoso autore di dischi a suo nome), in “Senza di noi” ci mette le sei corde e, com’è che si può dire? La “ciccia”? Ci mette l’atmosfera, meglio.

Per arrivare a questo nuovo inizio sono serviti sette anni e tre dischi. Un bagaglio di esperienza che ha contribuito non poco a fare di “Giuradei” un’opera matura ed essenziale, in grado di arrivare direttamente al punto con una narrazione fluida e spigliata. Belle immagini, belle parole e buona musica, fatta da due fratelli che si chiamano Giuradei (e che con questo disco, va da sé, si sono guadagnati la copertina di The Observer)
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