«SING TO THE MOON - Laura Mvula» la recensione di Rockol

Laura Mvula - SING TO THE MOON - la recensione

Recensione del 12 apr 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione

Dopo la scomparsa di Amy Winehouse e il successo globale di Adele, nel 2012 l'incontentabile circo del music-biz inglese, composto da discografici, giornalisti e media people, era alla ricerca spasmodica del nuovo personaggio femminile da osannare. Gli inglesi son fatti così, non si accontentano, devono continuamente giocare al rilancio, spesso bruciando velocemente le proprie scoperte (vedi Emeli Sandé).
Così, verso la fine dello scorso anno, i riflettori si sono accesi su Laura Mvula, una venticinquenne di Birmingham che si era fatta le ossa a cantare nei cori gospel della propria città. Il Guardian, dopo aver ascoltato solo il singolo “She”, l'ha presentata come il fenomeno del new-pop-soul. La canzone è di rara raffinatezza e intensità, con le voci della Mvula che si rincorrono tra loro, ma da qui a parlare di nuova star che scala le classifiche, ce ne corre.
Stesso trattamento è stato riservato a questo “Sing to the moon”, lanciato un po' come il nuovo “Back to Black”. Peccato però che il disco sia tutto tranne che pop, cioè pop come lo si intende ora. In realtà è lo straordinario risultato della sommatoria di armonizzazioni à la Brian Wilson, orchestrazioni disneyane, il soul intenso di Nina Simone e certe atmosfere di Bjork quando ancora riusciva a comunicare a molti.
Ma procediamo con calma, focalizzandoci sulla terzina che apre il disco.
L'attacco del primo brano non si scorda facilmente. Pura estasi corale, candida e celeste. Contrabbasso, carillon. "Il nostro amore è come le nuvole del mattino / Come la rugiada del mattino che se ne va". Grande crescendo. Ecco come creare un'atmosfera (anche senza il brandy). “Make Me Lovely”: di colpo negli anni 60, grancassa, arpe, sembra di ascoltare le opere di Charles Stepney con Minnie Ripperton. Con la voce di Mvula, forte e sicura di sé, più vicina semmai al piglio di Shirley Bassey. Infine c'è “Green Garden”, il secondo singolo, che è una sorta di specchietto per le allodole, tutto claphands e campanellini, con un bel beat che ricorda Janelle Monae e gli Outkast, ma non così pop da diventare un bumper radiofonico.
Il disco continua tra atmosfere sognanti (“Is there anybody out there?”) e r'n'b barocco (“Flying without you”), sinuosi connubi tra Africa e Broadway (“That's alright) e intimità acustica (“Sing to the moon”), tutte composizioni che evidenziano la cultura musicale classica – è laureata in conservatorio - della Mvula: l'utilizzo connotativo del contrabbasso e dell'arpa è una delle cifre di questo disco che però, nell'insieme degli elementi retrò, riesce ad essere terribilmente attuale.




E poi ci sono i testi: la Mvula come i grandi cantautori scrive di ciò che conosce meglio, ovvero di se stessa. Nelle canzoni riflette sulle questioni d'amore, problemi familiari, ricerca d'identità e voglia di evadere. “Sing to the moon” non è un ascolto semplice, ma è talmente ricco e stratificato che ogni volta che lo si approccia si scoprono sempre nuove sfumature, nuove perle nascoste, caratteristica questa dei grandi dischi.
Se proprio vogliamo identificare un difetto, forse sta nella luccicante produzione e impeccabile esecuzione che contrasta con testi molto emotivi in cui si prega e ci si dispera e dove quindi qualche sporcatura sarebbe stata opportuna.
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