«KOI NO YOKAN - Deftones» la recensione di Rockol

Deftones - KOI NO YOKAN - la recensione

Recensione del 22 nov 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

“I pezzi sono molto diversi l’uno dall’altro, non più pesanti o più lenti, ma più dinamici. Vanno in tante direzioni diverse. E’ pesante ma bello”.

Hai ragione Chino, “Koi no yokan” è un disco pesante, ma bello. E, cosa ancora più importante, è un disco dei Deftones in tutto e per tutto. Pensare che una band sia in grado di tirare fuori un buon settimo disco riuscendo a esplorare ancora un sound che sembra apparentemente non cambiare quasi mai, è fantascienza per chiunque. Per chiunque tranne che per i Deftones : loro questo sound l’hanno inventato, fatto crescere, rivoltato da cima fondo. E sono gli unici che riescono a maneggiarlo, non dimentichiamolo. Sette album? Sì. Questo com’è, roba nuova? Non molta. Si sente che Moreno ha importato qualcosa dai Crosses (più che side project uno spin off), lo percepisci da certi arrangiamenti e da come affronta i chorus. “Koi no yokan” si colloca a metà tra “Deftones” e “Saturday night wrist”, proseguendo al contempo la linea tracciata con il precedente “Diamond eyes”; stesso produttore, Nick Raskulinecz, mood simile: pesante, ma bello. Badate bene, non è un caso che vengano citati di fila gli ultimi tre album usciti, in ordine strettamente cronologico. Da lì i Deftones sono venuti, quella è la loro strada. Pubblicano dal 1995 con rigore quasi matematico un album ogni due/tre anni. Sanno chi sono e sanno dove vogliono andare, senza farsi troppe domande. Non si chiedono ad esempio se, per caso, dopo quasi vent’anni di onorata carriera magari sarebbe ora di fare qualcosa di diverso. No, perché i Deftones sono dei maestri nel fare i Deftones: hanno fatto di un potenziale limite la più grande delle virtù. Che grande band…

“Koi no yokan”, in inglese “Love’s premonition” conta undici pezzi e parte immediatamente in quinta con una opening marziale del calibro di “Swerve city”, con quel mix di potenza martellante e melodia eterea che da anni rappresenta il marchio di fabbrica dei Deftones, costruito solidamente sull’asse Moreno / Delgado / Cunningham. In “Romantic dreams” si sente invece la mano pesante del duo Carpenter / Vega, quest’ultimo ormai perfettamente integrato nel processo di songwriting del gruppo di cui ormai possiamo considerare colonna portante. Chi Cheng è e sarà sempre il titolare della cattedra, almeno da un punto di vista affettivo. Il supplente però, per una volta, non fa rimpiangere il docente di ruolo. Capitolo singoli. “7 words”, “My own summer (Shove It)”, “Digital bath”, “Minerva”, “Hole in the earth”, “Diamond eyes”. E oggi “Leathers”. Straziante, improvvisa, una deflagrazione incontenibile. Qui non è merito di uno o dell’altro: in un pezzo come “Leathers” ci senti i Deftones al completo, tirati a lucido per l’occasione.



“Poltergeist” è una tirata di collo dura e pura, “Entombed” il pezzo più “Crosses” del lotto, una ballata sintetica dai toni fortemente malinconici: “From the day you arrived / I’ve remained by your side / in chains, entombed/ placed inside / safe and sound / shapes and colors are all I see / On the day you arrived / I became your device”. C’è un amico in bilico tra la vita e la morte. Uno della band. Questa è la voce di chi gli sta vicino. Voce che torna a farsi rabbiosa prima in “Graphic nature”, poi in “Tempest”, al pari di “Leathers” senza dubbio il pezzo migliore del disco. Qui il sound si fa più cupo, stratificato; echi e riverberi che costruiscono un lamento di più di sei minuti, una vera e propria tempesta sonora che anticipa di poco “Gauze”, montante destro portato al volto con precisione chirurgica, seguito immancabilmente dalla proverbiale carezza. Strofa e chorus in grande equilibrio. Gli ultimi tre pezzi infine riprendono questo o quel concetto già esposto nel resto del disco: il metal asciutto di “Rosemary” appesantisce i toni di “Entombed” riportando la mente ai tempi di Adrenaline; sulla sua coda dai toni vagamente alternative s’innesta poi l’incipit di “Goon squad”, un lento crescendo che esplode nuovamente in rabbia incalzante giusto per rifarci la bocca in vista dell'ultimo pezzo in scaletta, “What happened to you?”, manco a dirlo un saliscendi emotivo agrodolce chiamato a chiudere i conti dissolvendo tutto in nero.

Incredibile come ogni volta i Deftones siano in grado di rimettere tutto e tutti al proprio posto con una facilità disarmante. “Koi no yokan” rispetto a “Diamond eyes” è meno impulsivo, nettamente più controllato. Un disco mosso da forze universali quali l’amore e la rabbia, l’angoscia e la redenzione, bilanciate perfettamente in un equilibrio che solo una band al top della maturazione è in grado di gestire. La conferma di un sound a quanto pare inesauribile, inimitabile. I Deftones sono tornati per impartirci l'ennesima lezione. Back in school: they are the leaders of it all.

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