«KING ANIMAL - Soundgarden» la recensione di Rockol

Soundgarden - KING ANIMAL - la recensione

Recensione del 12 ott 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione




Benvenuti nella macchina del tempo, siamo negli anni ’90 e tutto va bene, benissimo. La macchina del tempo di “King animal” segna 1995. Sono passati 16 anni dall’ultimo disco dei Soundgarden. Ma per certi versi questo è l’anello mancante tra “Superunknown” (1994) e “Down on the upside” (1996). Quindi...
Benissimo, dicevamo: perché il concerto di quest’estate aveva lasciato l’amaro in bocca, almeno a me che seguo i Soundgarden dagli esordi, che ho seguito la carriera solista di Chris Cornell, spesso con affetto, talvolta con orrore (quando incise un disco con Timbaland: “Scream”, uno dei peggiori album della storia, per inciso).
Non era il solito motivo del “deluso cronico da reunion” - il classico “non sono più come una volta”. Almeno per quello che mi riguarda, ero contento che finalmente Cornell avesse di nuovo una band vera - e che band - dargli una direzione. Invece mi sono ritrovato di fronte una band formalmente perfetta, ma gelida. Cornell vestito da gelataio (pantaloni bianchi e giacchetta blu), gli altri imbolsiti e il solo Matt Cameron a fare il rocker vero.
Quindi, aspettative molto basse per il nuovo album. Fortunatamente smentite. “King animal” è un signor disco, che fa riemergere il motivo per cui abbiamo amato questa band. Un disco che non dice nulla di nuovo, beninteso, ma che mostra una chimica e una classe unica.
L’attacco è fin troppo banale: il rock zeppeliniano di “Been away to long”, il riff di Kim Tahyil, la voce potente e urlante di Cornell una sezione ritmica di quelle che possono fare la fortuna di qualsiasi band. Gli anni ’90, il grunge, appunto. Ricorda da vicino tante canzoni del gruppo (“My wave”, per dirne una). Sarà pure banle, ma è una banalità di quelle che fanno bene.




I riff, soprattutto i riff: già al secondo brano si capisce che il protagonista vero è Tahyil, che azzecca una sequenza magistrale di attacchi - che ricordano persino i tempi di “Badmotorfinger” (“Non-state actor”) o gli accenni psichedelici di “Superunknown” (“A thousand days before”, “Bones of birds”). La voce di Cornell è ogni tanto volutamente indietro - o comunque con un po’ di eco.
Su una cosa avevano ragione, i Soundgarden quando li abbiamo intervistati: quello che c’è di diverso in “King animal” è l’esperienza. Si sente nel suono, giusta mediana tra l’iperproduzione di “Superunknwon” e il crudo “Down on the upside”.
Non hanno inventato nulla di nuovo, ripetiamolo. E certo sono passati gli anni in cui andava di moda urlare e mettere i riffoni nelle canzoni, citando l’hard rock classico. Ma va bene così: i Soundgarden con “King animal” hanno dimostrato che la loro non è una reunion di facciata, che sanno ancora far musica oltre concerti autocelebrativi. E di più non si può chiedere.
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