«ACTS - RNDM» la recensione di Rockol

RNDM - ACTS - la recensione

Recensione del 13 nov 2012 a cura di Valeria Mazzucca

La recensione

Le precauzioni da prendere quando ci si trova di fronte a una superband sono molte perché altrettanti sono i rischi in cui si potrebbe incorrere. Il concetto stesso di superband è piuttosto delicato poiché implica artisti che portano con sé un bagaglio musicale così altisonante da non poter non stridere con quello degli altri membri. L'ambizione è un'arma a doppio taglio che porta a esiti a volte grandiosi, a volte semplicemente presuntuosi. Come a dire: per quanto gli ingredienti utilizzati per la ricetta siano squisiti e prelibati, se non si sanno dosare il risultato può deludere le aspettative. Per fortuna, questo è quanto non succede con gli RNDM , o Random, ovvero Jeff Ament, Joseph Arthur e Richard Stuverud. Dilungarsi in panegirici sui singoli soggetti sarebbe fin troppo facile dal momento che gli elementi e i nomi sui quali far perno sono dei veri e propri passe-partout: sul paniere abbiamo il polistrumentista e bassista dei Pearl Jam (ma anche di Green River, Mother Love Bone e Temple of the Dog), il pupillo di Peter Gabriel che definire un cantautore suona per lo meno riduttivo e, per finire, uno dei batteristi più presenti e attivi dello scenario grunge dagli '80 ad oggi.
Se poi si volesse indorare ulteriormente la pillola basterebbe menzionare uno dei tanti che ha collaborato alla realizzazione di questo album, Brett Eliason, storico tecnico del suono dei Pearl Jam.
Senza alcun istinto di supremazia rispetto agli altri (almeno all'apparenza), ciascuno dei tre artisti ha saputo portare con se' le proprie peculiarità, lasciandole scivolare in un comune calderone mescolato con cura fino ad ottener un composto perfettamente omogeneo e senza grumi come "Acts". Un album dal titolo semplice ma più eloquente di qualsivoglia altro discorso, esattamente come le 12 tracce che lo compongono, ognuna delle quali sarebbe perfettamente in grado di agire - appunto - e vivere di vita propria, senza per forza dipendere dall'intera intelaiatura del disco. Lo si capisce già dalla prima canzone, "Modern times", scelta come singolo del disco per la sua logica lineare ma di grande effetto. E' un bel rock, lontano anni luce da giri banali o riff già sentiti.




I livelli rimangono alti anche quando è la canzone stessa a suggerire un tono più raccolto come in "Darkness", "What you can't control" e "New tracks", dove le atmosfere evocate sono quelle prese in prestito dal grunge più pacato e malinconico; e c'è anche il rock spensierato, ma tecnico e capace, di "The desappearing ones" e "Look out".
Ascoltando "Acts" vengono in mente gli anni '90, ma il gusto retrò che si coglie è tutt'altro che stantio; un timbro che si assapora appieno nella traccia conclusiva: una melanconica ballad costruita sul perfetto connubio di armonica, chitarra e voce (tom e grancassa che intervengono al momento giusto) è la ciliegina sulla torta che rende perfetto il confezionamento finale. Non a caso si intitola "Charries in the snow".
I Random hanno deciso di chiamarsi così perché l'idea di unire le proprie forze in un nuovo gruppo è nata - a quanto dicono - per caso. Ma ascoltando il loro esordio viene da pensare il contrario, ovvero che non poteva esserci sodalizio più azzeccato. Jeff Ament, in un'intervista rilasciata qualche mese fa, ha detto di essersi sentito come nel primo gruppo nel quale sia mai stato "come quando si è ragazzini e per le prime settimane si vive completamente la musica sulla quale si sta lavorando". Spontaneità e spensieratezza hanno preso per mano l'esperienza e l'hanno portata a divertirsi. Il risultato non poteva essere che dei migliori.
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