«DOS - Green Day» la recensione di Rockol

Green Day - DOS - la recensione

Recensione del 09 nov 2012 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Il rock’n’roll ha avuto il suo tributo sacrificale anche dai Green Day, a quanto pare, con la recente terapia disintossicante con clausura incorporata per il buon Billie Joe Armstrong. Del resto lui stesso aveva ampiamente stuzzicato il rock’n’roll, con dichiarazioni che dipingevano questo “¡Dos!” (il secondo capitolo della trilogia che finirà con “¡Tré!”) come un disco dal feeling molto “garagioso”, arrivando a definirlo il secondo vero disco dei Foxboro Hot Tubs – la band parallela garage rock che vede i Green Day insieme a Kevin Preston dei Prima Donna.
Ebbene, detta così sembra non fare una grinza: c’è la musica del diavolo, il prezzo da pagare (a partire da Robert Johnson, a molti è toccato), il maledettismo, il punk, la mitologia dei loser… se non fosse per un dettaglio non proprio trascurabile: ossia che “¡Dos!” non è esattamente quell'esplosione di rabbia e di urgenza che ci hanno fatto credere.
L’apertura, in questo senso, è una specie di anti-climax, affidata a un brano di pop rock lo-fi, chitarra acustica e voce, una specie di demo casalingo di quelli che si registrano per fissare le idee da sviluppare. Ma di garage rock e di punk nemmeno l’ombra. E si prosegue in salita con un pezzo dal titolo da classe differenziale (“Fuck time”) che rubacchia/ricicla qualche riff anni Cinquanta. È solo al terzo brano che il tutto inizia a decollare o – almeno – a scuotersi da un torpore da rettile al sole: con “Stop when the red light flashes” la band di Billie Joe tira fuori i proverbiali attributi e scodella un pezzo di power pop punkizzato nella miglior tradizione Green Day. Stesso discorso per “Lazy bones”, che pare una outtake di un loro lavoro anni Novanta.
La tensione scende brutalmente con “Wild one”, una pseudo-ballata rock dal riff cupo, ma un po’ troppo pachidermica nell'incedere per essere incisiva; ma è qui che arriva il primo colpaccio dell’album, una “Makeout party” di ispirazione davvero garage rock… si tratta di un pezzo detroitiano che cita gli Stooges in maniera anche piuttosto palese. Ora sì che si ragiona e – soprattutto – si intravede l’animo più ruvido del disco, di cui Armstrong parlava.
Ma il momento top di “¡Dos!” giunge con “Ashley”: un tripudio di punk californiano primi anni Ottanta, debitore al 150% ai primissimi, insuperati e seminali Bad Religion: come una scheggia di un passato leggendario che per magia si manifesta dopo 30 anni abbondanti, questa canzone vale da sola tutto l’album – sempre se non siete dell’opinione che più una band è ripetitiva e si autocita, magari sbiadendo anche un po’, più è buona.
Il resto dell’album scorre via senza regalare altre emozioni così forti e giunge alla chiusura con un accorato e soffuso omaggio a Amy Winehouse (il brano è “Amy”): una composizione che ci regala una sfumatura quasi jazzata dei Green Day, fuori contesto finché si vuole, ma così sorprendente da far sì che si possa soprassedere.

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E visto che abbiamo parlato dei momenti top, tocchiamo anche lo scottante argomento di quelli peggiori. Be’ la palma d’oro per il pezzo che non avrebbe dovuto essere mai scritto spetta a “Night life”, una specie di rap-rock con aspirazioni r&b tanto insipido e maldestro, quanto fuori luogo. Insomma, senza mezzi termini, un brano del genere non andrebbe bene neppure come b-side di un singolo di Natale, probabilmente… un brutto scivolone, peraltro quasi in chiusura di un disco che si mantiene su un livello discreto, ma di sicuro non esaltante.
Concludendo… niente mongolfiera né grappa in alta quota in stile Mike Bongiorno, piuttosto un disco interlocutorio, non brutto, ma neppure da urlare al miracolo. Verrebbe da scomodare i ricordi del liceo, quando si studiava la supposta saggezza latina custodita in detti tipo “virtus in medio stat”; ma siccome noi ci occupiamo di rock e lo amiamo, la medietà ci sta davvero strettina.
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