«SILVER AGE - Bob Mould» la recensione di Rockol

Bob Mould - SILVER AGE - la recensione

Recensione del 10 set 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ci sono artisti che sono fortunati ad avere una fase di successo nella loro carriera, figuriamoci due. Magari di “successo” minore si tratta - non necessariamente commerciale ma di credibilità e riconoscimento, anche - ma la carriera di Bob Mould è partita con gli Husker Du - scarse vendite ma un’importanza quasi senza pari nel panorama del rock americano anni ’80 - per poi riemergere negli anni ’90 con i Sugar, che addirittura arrivarono in classifica e a radunare migliaia di persone in Inghilterra.
Ora sta arrivando la terza era, finalmente. Un’età d’argento? Mould non è così autoreferenziale, ma è indubitabile che finalmente anche da solista stia ricevendo l’attenzione che merita: passaggi in TV (è stato recentemente ospite del Letterman Show), le grandi testate che gli dedicano spazio.
La carriera solista di questo grande del rock americano è stata in realtà assai altalenante: dal capolavoro acustico di fine anni ’80 “Workbook” ad oggi ha pubblicato cose molto diverse, a volte anche imbarazzanti (gli esperimenti con l’elettronica, derivati dalla sua vita parallela di quel periodo, quella di DJ). Gli ultimi dischi, in particolare “Life and times” erano ottimi.
Cosa è successo in mezzo? Un’ autobiografia, la dichiarazione di amore incondizionato da parte di Dave Grohl - che l’ha voluto nell’ultimo disco dei Foo Fighters e con sé in tour. E ancora ottima musica.
“Silver age” è l’album più rock della carriera solista di Mould, una sorta di “companion” a “Copper blue”, il disco dei Sugar, riproposto per intero in tour in questo periodo. Messe da parte le atmosfere semiacustiche e malinconiche di “Life and times” (la riflessività è finita probabilmente nell’autobiografia), la ricetta di “Silver age” è semplice: riff micidiali, versione modernizzata (e inevitabilmente po’ ammorbidita) dell’hard-Core da cui venivano gli Husker, assieme al gusto per la melodia. Il tutto non è poi così lontano dai Foo Fighters (e neanche dai Nirvana), a ben vedere. O forse bisognerebbe dire esattamente il contrario: sono questi gruppi a non essere poi così lontani da Mould: “Star machine” e “Silver age” sono ottimi esempi di rock anni ’90 rivisitato, “The descent” sembra uscire davvero da un disco dei Sugar (è un complimento).



E via così: 10 canzoni, 38 minuti, 8 fucilate e due parziali momenti di pausa: “Steam of hercules” e la conclusiva “First time joy”, dove si sentono quelle chitarre acustiche elettrificate che sono state il marchio di altri momenti della sua carriera. Ma è solo un momento, perché poi - dopo pochi archi e sinth - le chitarre ripartono, e si può mettere il disco in loop e ripartire dall’inizio. Altre chitarre, altra musica, un’altra fase della carriera che comincia. Ben tornato, Bob.
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