«BLOOM - Beach House» la recensione di Rockol

Beach House - BLOOM - la recensione

Recensione del 28 mag 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Sono circa sei anni che abbiamo a che fare con i Beach House, e di loro si è sempre detto un gran bene: discretamente bene dell’esordio omonimo datato 2007, molto bene dell’ottimo “Devotion”, il disco che forse più di tutti ha messo in luce le potenzialità del duo, addirittura benissimo del recente “Teen dream”, il fatidico disco della consacrazione e del passaggio alla Sub Pop. Un successo in continua espansione, sia di pubblico che di critica, che ha permesso al duo di passare dallo status di “best next thing” a quello di punto di riferimento della scena indipendente in tre mosse: oggi i Beach House sono una realtà che possiamo dare tranquillamente per assodata, un progetto senza bisogno di presentazioni che gode del privilegio di vedersi battezzare regolarmente ogni nuova uscita come “l’evento dell’anno”. Victoria Legrand e Alex Scally: la coppia d’oro del dream pop. E se è vero che da grandi poteri derivano grandi responsabilità, le aspettative per il nuovo lavoro non potevano che essere molto alte. Il che complica un po’ la faccenda.
“Bloom” però sembra non risentire affatto di tutta questa pressione, e si presenta immediatamente come un album molto solido, come sempre curato nel minimo dettaglio e stilisticamente in linea con i tre fratelli minori: dream pop senza fronzoli, incantevole nella sua apparente semplicità eterea, a tratti spettrale, con quell’innata eleganza data dal cantato impareggiabile di una Victoria Legrand sempre più conscia della portata dei propri mezzi espressivi, nati per incastrarsi alla perfezione nel tessuto sonoro dal sapore delicato creato ad hoc da un Alex Scally come sempre impeccabile. Dieci i pezzi in scaletta (più una ghost track), prodotti dall’ormai fidato Chris Coady (Yeah Yeah Yeahs, Tv On The Radio, Grizzly Bear) e registrati niente meno che in casa dei Sonic Youth, più precisamente ai Sonic Ranch Studios di Tornillo, in Texas; una scelta quest’ultima maturata dopo aver visitato la zona durante il tour promozionale a supporto di “Teen dream”. Anticipato dall’ottimo singolo “Myth”, disponibile con paio di mesi di anticipo sul sito della band, “Bloom” si fa apprezzare in modo particolare per la grande sensazione di sicurezza che è in grado di trasmettere. Dei dieci pezzi non sembra essercene uno fuori posto o comunque anche solo leggermente più debole degli altri. Partendo da “Lazuli”, perfetta dream pop song contemporanea (niente meno), passando per le atmosfere Seventies di “Other people”, dal synth leggermente più spigliato dell’intrigante “New year” e dalla cantilena allucinata “Wishes” (mix incredibile di purezza infantile e malinconia tardo adolescenziale), fino ai sedici minuti in grado di catapultare fuori dai confini spazio temporali della coppia “Irene” / “Wherever you go”, niente in “Bloom” sembra essere messo per caso, ma piuttosto con uno scopo fin troppo preciso.
Scopo che solo dopo svariati ascolti, si fa sempre più evidente: confermare un canone stilistico per poi poter giocare sulle varianti; stabilizzare una trama da cui poter pescare via via nuovi episodi. Ecco in sintesi “Bloom”, l’ennesima, straordinaria, variazione sul tema. Un lavoro cesellato a colpi (dieci) di dettagli, da qualcuno che può permettersi di maneggiare alla perfezione un genere che negli ultimi sei anni ha contribuito in maniera determinante a riportare molto in alto. Che tradotto, non vuol dire considerare tanto “Bloom” come l’ennesimo disco di conferma, quanto una nuova, magistrale lezione da cui prendere spunto. I Beach House non stanno confermando loro stessi: stanno confermando un genere, e lo stanno facendo come pochi sarebbero in grado di fare. Che poi è il motivo per cui in questi sei anni dei Beach House si è sempre detto un gran bene.

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