«BORN VILLAIN - Marilyn Manson» la recensione di Rockol

Marilyn Manson - BORN VILLAIN - la recensione

Recensione del 30 apr 2012 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Prego, da questa parte. Accomodatevi e abbiate un attimo di pazienza, giusto il tempo di scartare dal cellophane una copia di "Born villain": il Reverendo vi riceverà subito. E sappiate - in via del tutto confidenziale - che ha una dozzina abbondante di penitenze medioevali da farvi provare... roba che vi farà fremere di piacere e dolore come capitò ai tempi di "Antichrist superstar" e "Mechanical animals".
Insomma, Marilyn Manson è tornato - non che se ne sia mai andato da qualche parte, visto che a cadenza di uno ogni due o tre anni ha sempre continuato a sfornare dischi, ma si tratta di un ritorno simbolico ai fasti sonico-concettuali per cui è diventato un'icona del panorama industrial metal negli anni Novanta. Ora, dopo una decina d'anni di profilo più basso, ha assemblato un lavoro che gioca voluttuosamente e viziosamente con i punti di forza della sua musica, traducendoli in 13 composizioni che lasciano il segno. Si tratta di brani innanzitutto molto studiati e costruiti, che già dal primo ascolto comunicano un'attenzione al dettaglio maniacale e certosina, in cui nulla è lasciato al caso o al trasporto del momento; anzi, tutto è guidato da un piano meticolosamente chirurgico.
Quello che salta nell'immediato all'orecchio è come Manson e compari utilizzino copiosamente - e con un mestiere evidentissimo - l'interazione dei contrasti; non cadono nella trappola di investire l'ascoltatore con un fiume in piena di suono incontrollato, ma inseriscono oscillazioni che creano tensione e atmosfera: il silenzio e il sussurrato quasi impercettibile (Manson sostiene di avere inserito nel mix anche suoni impercettibili agli umani, ma in grado di procurare nausea) fanno da contrappunto a esplosioni di volume in cui il suono diventa incontenibile. E, nella miglior tradizione, esalta, fa pompare cuore e ghiandole surrenali, con la conseguente produzione di adrenalina.
In tutto questo, però, non dobbiamo dimenticare due dei trademark più significativi del Reverendo: ossia la capacità di scrivere ottimi riff di metal industriale abbinandoli a melodie degne della miglior wave/darkwave (i Sister of Mercy di "Floodland" vengono alla mente in più occasioni, aggiornati, incattiviti, rivisti e corretti) e la sensibilità per il ritmo e il groove danzereccio.
In "Born villain" c'è tutto quello che in un disco classico di Marilyn Manson deve per forza esserci: il metal, il rock alternativo, l'industrial, i ritornelli-bomba fatti per essere cantati da migliaia di adolescenti frustrati sotto al palco, i tempi semplici e lineari (con il quattro quarti meccanico a farla da padrone, in odor di Motorik dissacrato), la cupezza di un Todd McFarlane con manie di persecuzione, la claustrofobia che evoca certe sequenze della saga di "The Saw", il gusto per la provocazione intelligente mascherata da carro di Viareggio infernale...
È come se il Reverendo avesse ritrovato la propria strada riconciliandosi con gli ascolti giovanili - Killing Joke, Joy Division, Revolting Cocks, Bauhaus e Birthday Party - facendoli definitivamente propri. E così riprende quel cammino che, per sua stessa ammissione, è stato abbandonato nei due dischi precedenti che nascevano con un intento più intimista nei temi trattati - e, soprattutto - senza il gusto reale per la provocazione. "E questo era il problema", spiega Manson, "perché mi ero dimenticato come si fa. Per scrivere questo disco ho vissuto completamente da solo coi miei gatti; ho messo tutte le mie cose in un magazzino e ho tenuto solo i miei film. Ho lasciato che il mio subconscio e il mio inconscio fossero i protagonisti". E ha funzionato, aggiungiamo noi, facendoti sfornare un gran disco di Manson-rock.
Il vero "ma", in tutta la faccenda, è di diversa natura. A fronte di un lato musicale quasi ineccepibile, è palese che l'impatto di un album del genere e di un personaggio come il Reverendo nel 2012 non possono che risultare attutiti. È la fatale sordina che la storia, instancabile, depone su persone, eventi, fatti e leggende; del resto negli ultimi 12 anni il mondo è profondamente cambiato - si pensi solo alla rivoluzione degli equilibri e delle coscienze post 11 Settembre - e il Reverendo, per quanto carismatico, non è più considerabile uno dei nemici numero uno della società e dello status quo, elemento che ne amplificava la rilevanza musicale e non. Le cose sono differenti e lui dovrà accontentarsi di pubblicare buoni album di rock estremo. E niente più.
Ah, a proposito: io di nausea, durante l'ascolto, non ne ho provata. Scherzetto. Mi sa che il Reverendo, nonostante tutto, ha trovato il modo di fare i conti con quanto detto sopra... prendendosi sul serio, ma anche no (come dire: la cover di Carly Simon con Johnny Depp, in un certo modo, potrebbe essere rivelatrice...).

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