«FEAR FUN - Father John Misty» la recensione di Rockol

Father John Misty - FEAR FUN - la recensione

Recensione del 30 apr 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Se fossimo su una rivista inglese dei tempi d’oro, potremmo inventarci un nuovo genere, una nuova etichetta per dischi come questo “Fear fun”. "Rock neo-fricchettone", “New hippie movement”, o qualcosa del genere. Si, sono etichette terribili, ma visto che stiamo giocando, non sono tanto peggio del “New acoustic movement” con cui NME e soci anni fa ci hanno propinato gli emuli di Simon & Garfunkel.
I campioni di questo genere neo-fricchettone sarebbero senza ombra di dubbio i Fleet Foxes, ma il disco migliore sarebbe “Gentle spirit” di Jonathan Wilson. Ecco: “Fear fun” arriva da quel giro lì, farebbe parte a pieno titolo del genere. Se vi piace uno di questi nomi fareste bene a procurarvelo in fretta. Father John Misty è lo pseudonimo dietro cui si nasconde J.Tillman, già membro dei Fleet Foxes, per cui ha suonato la batteria dal 2008 al 2011, e il disco è stato inciso nello studio Jonathan Wilson, nel musicalmente rinato Laurel Canyon, centro ipotetico di questo hippie-rock. assieme a Seattle (da cui arrivano Tillman e i Foxes).
Il pezzo più bello del disco è “Hollywood forever cemetery sings”, con quel riffone di chitarra e la voce con un po’ di eco. E’ forse la canzone che c’entra meno con il resto del disco, è l’unica elettrica e la più diretta. Ma non è un male che il resto giochi con atmosfera acustiche e folk, ricche di armonie. Non siamo vicini alla psichedelia di Jonathan Wilson, ma l’imprimatur si sente: “Fear fun” è un disco che potrebbe arrivare dalla scena di Laurel Canyon, ma da quella di 40 anni fa. Come quella slide e quei falsetti in “Misty’s nightmares 1 and 2”. O come i ritmi di “Well you can do it without me”, con un fischiettio che ricorda “(Sittin’ on) The dock of the bay” un’armonia che ricorda mille altre cose. O come il folk solare di “Tee pees 1-12”.
Ci sono un sacco di deja-vù, in questo disco, ma non è un male. E’ (solo?) folk-rock estremamente piacevole, ben scritto e ben suonato, contraddistinto dalla voce armonica di Tillman, che ha preferito impersonarsi in un alter ego, e come dargli torto, vista la copertina? Terribilmente kitsch, come quella di “Gentle Spirit” di Wilson (un altro marchio di fabbrica del genere?).
Per fortuna nostra (o per sfortuna vostra, decidete voi), Rockol non è una rivista inglese, non dobbiamo inventarci etichette e generi per attirare la vostra attenzione. Vi segnaliamo solo buona musica, cerchiamo di inquadrarla: e se vi piace il rock dai toni californiani e retrò, questo “Fear fun” fa per voi.

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