«SUPERHEAVY - Superheavy» la recensione di Rockol

Superheavy - SUPERHEAVY - la recensione

Recensione del 19 set 2011

La recensione

Non fosse che arriva più o meno con tre anni di ritardo, questo disco sarebbe stato la colonna sonora ideale di una pellicola come “Slumdog millionaire”, il film da Oscar con cui il regista Danny Boyle ha adattato al gusto occidentale il tipico melodramma made in Bollywood. E non solo per la presenza, tra i Magnifici Cinque, del “Mozart di Madras” A.H. Rahman, che di quella soundtrack (e di molte altre) è il celebrato compositore: il fatto è che come quel furbo, moraleggiante e sentimentale filmone girato a ritmo di videoclip, anche il disco che Rahman ha concepito e registrato sotto la sigla Superheavy in compagnia di Mick Jagger , Dave Stewart , Joss Stone e Damian Marley è ritmato, colorato, esotico e multietnico. Un album meticcio e global da terzo millennio, che ha la sua premessa “filosofica” nella diversità culturale dei suoi protagonisti e ha preso coerentemente forma in studi di registrazione sparsi in tutto il mondo (Los Angeles, Miami, Francia, India e Cipro, nell’arco di sedute di incisione decisamente produttive: la deluxe edition sfoggia quattro titoli in più, gli stessi musicisti narrano compiaciuti di 35 ore di musica registrata e di jam infinite tagliate e rimontate in fase di editing). L’accattivante e spensierato singolo “Miracle worker”, che ne ha preceduto la pubblicazione, è un biglietto da visita abbastanza fedele dell’opera, dal momento che è proprio il ritmo in levare del reggae (in quel caso corretto in chiave pop, altrove aggiornato nelle più moderne varianti dub e raggamuffin) uno dei suoi temi ricorrenti. Per Jagger e i suoi fan non si tratta di una novità, se ricordate l’amore per la musica caraibica professato dai Rolling Stones ai tempi di dischi come “Black & blue” (1976) o l’iconografia di “Bridges to Babylon” anch’essa basata sull’immagine del leone giamaicano. I seguaci delle Pietre Rotolanti, però, si mettano subito il cuore in pace: a parte la voce indistruttibile di sir Mick e qualche suo soffio nell’armonica, del dna della più grande rock’n’roll band del mondo qui restano debolissime tracce: giusto un riff sullo stile di “Undercover of the night” in “I can’t take it anymore” (il brano più rock della raccolta), o una discreta ballata semiacustica (“Never gonna change”) che è forse l’unico episodio “classico” e AOR di un disco apparentemente confezionato con un occhio di riguardo alle radio e al mercato teen tenendo a mente, più che la lezione degli Stones, quella di gruppi à la page come i Black Eyed Peas (in “Energy”, peraltro bruttina, anche Jagger si mette a rappare). Scelta legittima, vecchie volpi come lui e Stewart hanno una comprensibile voglia di evadere dalla routine: l’eterogeneità (anagrafica e musicale) delle forze in campo e lo spirito collaborativo ricordano esperimenti precedenti come il 1 Giant Leap di Dennis Catto dei Faithless o le “Recording weeks” che si tenevano un tempo presso gli studi Real World di Peter Gabriel, e l’obiettivo dichiarato del gruppo è di “creare una convergenza di stili musicali differenti, sovrapponendoli ma tenendoli al tempo stesso separati”. E’ encomiabile lo sforzo delle cinque star di fare squadra, travalicando l’ego e le smanie di ognuno (persino l’ingombrante Mick è capace di farsi da parte) per cercare un dialogo nuovo e un percorso diverso: Jagger e la Stone duettano in “One day, one night”, ballad elettronica sottolineata dal suono del violino, mentre la grintosa (ma sempre troppo mugolante) giovane soul woman del Devon svetta in una radiosa “Beautiful people” che va a nozze con la sua immagine neo hippy. I vocalist si scambiano con continuità i ruoli da solista, il toastin’ di Marley jr. è quasi onnipresente mentre Rahman confeziona un brano epico e folkeggiante in urdu (la lingua nazionale del Pakistan: anche Jagger si arrischia a cantarne una strofa) e Stewart si ritaglia il suo ruolo preferito di arrangiatore, direttore d’orchestra e gran regista dell’operazione (l’idea del gruppo e il progetto di una fusion anglo-indo-giamaicana sono, a quanto pare, un parto della sua mente, ispirata dai suoni contaminati che circolano intorno alla sua dimora giamaicana di St. Anne’s Bay), infilando di soppiatto una fugace citazione degli Eurythmics di “Sweet dreams” in “I don’t mind”. Che dire? Che siccome la musica non è una scienza esatta, capita che il risultato globale risulti inferiore alla somma degli addendi. Che si faccia fatica a scovare brani killer o semplicemente memorabili (il più efficace è forse l’inno conclusivo, “World keeps turning”), che le melodie fatichino ad emergere dal magma sonoro e che l’avventuroso progetto affascini più sulla carta che una volta tradotto in bit o in solchi analogici; tanti ingredienti diversi – ragga, ambient, elettronica, dancehall, etno, archi indiani, riff rock – non fanno necessariamente un piatto saporito e genuino. “Avrebbe potuto essere molto peggio”, concede il critico Alex Petridis dalle Guardian, e si può essere d’accordo. Ma la domanda di fondo resta: avrà un seguito magari più centrato e focalizzato, questo coraggioso e bizzarro esperimento di genetica musicale, o resterà una curiosa nota a piè di pagina nella discografia dei cinque (più o meno) blasonati protagonisti?


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. SuperHeavy
02. Unbelievable
03. Miracle worker
04. Energy
05. Satyameva Jayathe
06. One day, one night
07. Never gonna change
08. Beautiful people
09. I can’t take it anymore
10. I don’t mind
11. World keeps turning
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