«LP1 - Joss Stone» la recensione di Rockol

Joss Stone - LP1 - la recensione

Recensione del 01 ago 2011

La recensione

Il venerando Smokey Robinson, vecchio eroe della Motown, calca un po’ la mano quando affibbia a Joss Stone il lusinghiero nomignolo di “Aretha Joplin”. Vale comunque come indicazione di percorso, perché sono sempre quelle le stelle polari che illuminano il cammino della giovane e impetuosa cantante del Devon (24 anni appena, e da sette sulla breccia), svezzata con i classici di Lady Soul e oggi fiera proprietaria di un van battezzato Janis. Tosta, ribelle e indipendente, s’è finalmente liberata dal contratto con la EMI che viveva ultimamente come una prigione, tanto da farsi raffigurare in gabbia sulla copertina di “Colour me free!”, e s’è messa in proprio con un’autoproduzione che in Italia è stata affidata alla Frontiers di Napoli (la stessa etichetta, per inciso, che ha messo sotto contratto la nuova formazione degli Yes). Mossa azzeccata dal punto di vista artistico, chissà anche se in termini commerciali: dopo lo sfolgorante esordio di "The soul sessions", i discografici l’avevano convinta a misurarsi sul terreno delle neodive dell’r&b patinato e contaminato dall’hip hop, le Beyoncé e le Alicia Keys, snaturandone la spontaneità selvatica e spingendola in un vicolo cieco di dischi sempre più sbiaditi e impersonali, ultimamente poco apprezzati anche dal pubblico mainstream. Un triste, ennesimo caso di talento sprecato e di promesse non mantenute. E allora colpo di spugna, punto e a capo: il nuovo disco, che non a caso si intitola “LP1”, è stato registrato in sei giorni a Nashville con un combo di rodati session men della Music City e alla console s’è sistemato l’amico Dave Stewart, al suo fianco anche nella bizzarra formazione dei Superheavy capitanati da Mick Jagger. Sorpresa: se nel recente "In your dreams" di Stevie Nicks l’ex Eurythmics si mostrava prigioniero di un datato suono techno pop anni Ottanta, stavolta si smentisce scegliendo sonorità rigorosamente analogiche che guardano semmai ai due decenni precedenti. Scelta consona a un repertorio che privilegia la melodia al groove: nelle dieci nuove canzoni della Stone abbondano le chitarre, spesso acustiche, e il pianoforte, il timbro caldo dell’organo elettrico e quello quasi dimenticato del clavinet (“Karma”), la slide (nella countreggiante “Cry myself to sleep”) e i bassi jazz funk in un’atmosfera da “buona la prima”, di torta cucinata in casa senza pensare troppo a cosa ne penseranno gli invitati a pranzo. Giovane hippie con anello al naso e labbra carnose in primo piano, Joss è decisamente a suo agio e si sente. Peccato non ne abbia approfittato per tenerla un poco più imbrigliata, quella voce allenata nei talent show (eccolo, il peccato originale!) che suonava già matura e virtuosa quand’era ancora una teen ager. D’accordo, anche l’amata Joplin strapazzava l’ugola strillando a pieni polmoni: ma con un feeling e un’intensità bruciante che restano di un altro pianeta. La Stone le si avvicina soprattutto in “Somehow”, un soul rock che evoca le atmosfere di “I got dem ol’ kozmic blues again mama!”, l’album più “nero” e anche dimenticato di mama Janis: il pezzo migliore della collezione, insieme a “Boat yard” (ballata elegante, ben costruita e accesa da un bel break strumentale) e a “Don’t start lying to me now”, ritmo sbuffante che richiama alla mente certe belle sonorità Southern rock anni Settanta. Il “peace & love” di “New born” e la bluesata (e un po’ stonesiana) “Landlord”, voce e chitarra acustica in primo piano, avrebbero offerto il fianco per interpretazioni più misurate: ma l’esuberante Joss non ce la fa proprio e preferisce lasciarsi andare a briglia sciolta in pezzi come “Last one to know”, un’altra incursione nel suo terreno di caccia preferito: le torch song popolate di amanti infingardi, malevoli e traditori in pura tradizione soul. Che per il resto (ed è un peccato) è un po’ latitante in un disco più rock che black, più Joplin (o Melissa Etheridge, come ha scritto qualcuno) che Aretha, e un po’ troppo instradato su binari prevedibili. Una boccata di aria pura, dopo le ultime incerte prove di studio, ma ancora lontano da “The soul sessions”: la differenza la fa l’effetto sorpresa e soprattuto la qualità del repertorio (allora un filo di perle, anche misconosciute, dell’r&b anni Settanta). Finalmente libera di correre, la Stone deve crescere ancora come autrice e trovare una cifra più personale: come prova di riscaldamento e prima tappa della ricostruzione, “LP1” lancia segnali incoraggianti.



(Alfredo Marziano)
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