«GLOSS DROP - Battles» la recensione di Rockol

Battles - GLOSS DROP - la recensione

Recensione del 15 giu 2011 a cura di Daniela Calvi

La recensione

Sai da dove inizi con i Battles, ma non sai mai dove ti portano, e soprattutto con che mezzi. Loro invece un'idea più o meno ce l'hanno: sono partiti in quattro con il primo disco "Mirrored" nel 2007 e tornano in tre con il nuovo "Gloss drop", tredici brani spettinati, in disordine all'apparenza, ma con una cura nello stile e un'attenzione nei dettagli da rendere quest'ultima fatica in studio della band un lavoro discografico di grande qualità.
Per chi non li conoscesse, i Battles sono un collettivo di musicisti formato inizialmente da Ian Williams (già Don Caballero, Storm and Stress), Tyondai Braxton, musicista e polistrumentista (figlio del jazzista Anthony Braxton), David Konopka (già con i Lynx) e John Stanier (già con Helmet e Tomahawk). "Gloss drop" è il primo disco senza Braxton, e nonostante la paura di sentire la sua mancanza da subito fosse forte, i quattro ospiti musicali presenti nel disco (dei quali vi racconterò qualche riga più in là) confermano e sottolineano la bravura del collettivo quasi a prescindere dalla sua formazione, come se ancora più forte fosse l'idea del gruppo, della concezione d'insieme. Ma parliamo del disco. "Gloss drop" si apre con "Africastle", ricco di suoni sospesi e atmosfere tese che prosegue con un crescendo di ritmi vibranti, frenetici, fino ad esplodere in un mix rock-prog quasi  a ricordare i Jethro Tull.
Il primo ospite del disco si presenta già al secondo brano "Ice cream" (canzone scelta come primo singolo) ed è il cantante sperimentale Matias Aguayo: il susseguirsi di ansimi iniziale porta ad un suono in stile Beastie Boys per poi cambiare ancora registro e andare quasi su atmosfere caraibiche che sembrano ideate da Beck. Chitarre anni Settanta aprono "Futura" che lascia tracce di psichedelia e disorientamento insieme a batterie e percussioni qua e là, per poi cambiare ancora suggestioni e arrivare quasi a suoni spaziali (magari c'ho azzeccato, visto che s'intitola "Futura"…).
Gli episodi migliori dell'intero disco, insieme al singolo "Ice cream", sono senza dubbio "Inchorm" (che se proprio vogliamo dirla tutta, tolte tutte quelle straordinarie percussioni, ricorda a momenti la sigla de "Il pranzo è servito") e "Domenican fade", che evoca momenti tribali e ritmi sudamericani con un finale compulsivo da far girare la testa.
L'album raccoglie anche brani eccitati e su di giri, come la velocissima "Wall street", una delle meno sorprendenti, mentre colpiscono sin dal primo ascolto la sintetica "My machines" (che vede il secondo ospite del disco, Gary Numan) e la metropolitana e cinematografica "Sweetie & shang" che ospita la seducente voce di Kazu Makino dei Blonde Redhead.
Si mescolano stili anni Novanta e arrangiamenti epici nelle ultime "Roll Bayce" e "White electric", mentre la fine del disco è lasciata a "Sundome": l'incipit cupo svela poi synth e tastiere quasi rocksteady, passa attraverso atmosfere orientali e tamburelli e con l'apporto più che azzeccato della voce di Yamantaka Eye, cantante noise giapponese, membro del gruppo musicale Boredoms, diventa uno dei brani più interessanti dell'album.
Insomma, è difficile definire "Gloss drop", è difficile perché un giorno lo si ascolta e l'attenzione viene rapita da alcuni suoni, due giorno dopo lo si risente e questi suoni a momenti scompaiono lasciando il posto ad altre sensazioni. Forse è proprio questo il bello dei Battles e del loro modo di fare musica: avere quello che serve al posto giusto, nel momento giusto, come fossero spacciatori di generi e stili musicali, miscelandoli insieme con amore e un pizzico di follia.

(Daniela Calvi)

Tracklist:
"Africastle"
"Ice cream" (con Matias Aguayo)
"Futura"
"Inchworm"
"Wall street"
"My machines" (con Gary Numan)
"Dominican fade"
"Sweetie & shag" (con Kazu Makino)
"Toddler"
"Rolls bayce"
"White electric"
"Sundome"
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