Recensioni / 01 mag 2011

Bob Dylan - BLOOD ON THE TRACKS - la recensione

Voto Rockol: 5.0 / 5
BLOOD ON THE TRACKS
Columbia (CD)
"e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira". (Dante, "Tanto gentile e tanto onesta pare", Vita Nova)

Sara se n'è andata, il matrimonio è a pezzi e non restano che i ricordi. Ma la voglia di tornare sulla strada, di essere ancora una volta in mezzo alla mischia è fortissima. È un Bob Dylan ferito ma quanto mai combattivo, quello che nel 1974 abbandona l'isolamento di Woodstock per rituffarsi nella tumultuosa New York degli anni '70. Per curare i suoi tormenti con la solita medicina: le canzoni. Ecco com'è nato "Blood on the tracks", quello che secondo molti fan - Francesco De Gregori in testa - è l'album più bello mai uscito dalla penna di Mr.Zimmerman. Difficile dire se i seguaci abbiano ragione, una cosa è certa però: "Blood on the tracks" è il disco che apre una fase assolutamente nuova nella carriera del menestrello di Duluth, è il suo primo vero passo verso la "maturità" artistica. E non solo: è un ritorno alla forma dei giorni migliori, un inno dedicato all'amore e ai suoi fallimenti, un elegia poetica e commovente alla figura della donna.
Nonostante Bob l'abbia smentito a più riprese, queste canzoni non sarebbero mai esistite senza la separazione dalla moglie Sara Lownds, quella che gli ha dato il figlio Jakob. Per dare loro una veste definitiva, il cantautore ci ha messo un po' di tempo. Le prime sessioni, realizzate con il chitarrista Mike Bloomfield e orientate ad un arrangiamento elettrico, sono naufragate quasi subito. Da qui la scelta di virare verso una chiave quasi solo acustica, aggiungendo solo qualche parte di basso, organo e steel guitar qua e là: dopo una prima fase a New York e una seconda definitiva in Minnesota, Dylan ha finalmente trovato la quadratura del cerchio.
I brani di "Blood on the tracks" girano sempre su un paio di accordi, quasi a raccontare una storia unica: tra le pieghe di queste melodie si respira in un certo senso anche l'aria della New York di quegli anni, dove emergevano i primi rigurgiti di rivoluzione punk. Il tutto però filtrato in una chiave malinconica, spesso quasi bucolica. La forza di questo disco sta proprio nella sua "nudità" strumentale, che fa quasi da contrasto alla ricchezza lirica dei testi, tra i migliori mai scritti da Zimmerman: canzoni come l'iniziale "Tangled up in blue", uno dei migliori pezzi nell'intero repertorio di Dylan, suonano forti e sincere come non capitava dai tempi di "Highway 61" e "Blonde on blonde". È proprio questo brano, con le sue pennate di chitarra acustica e il testo quasi fluviale, a indicare il cammino: un uomo e una donna ormai distanti ripensano al loro passato, ricordando "la rivoluzione nell'aria" e gli scritti di "un poeta italiano del tredicesimo secolo" (Dante? non ci è dato saperlo, ma è possibile).
Tutto però suona diverso dal passato, non c'è più quel tagliente sarcasmo e quel gusto per il surreale che si leggeva nelle liriche giovanili. Ogni brano è un bozzetto a sé ricco di poesia amorosa, quasi stilnovista viene da dire. Ecco che la sussurrata "Simple twist of fate" e il fingerpicking di "You're a big girl now" proseguono su questa strada. L'idillio è rotto quasi subito dalla rabbiosa "Idiot wind", la "protest song" dell'occasione, che sembra aggiungere alle riflessioni sull'incomunicabilità tra uomo e donna una componente politica, quasi si sentissero gli echi della disastrata presidenza Nixon.
A riportare la calma ci pensa "You're gonna make me lonesome when you go", un brano che ricorda lo spirito giovanile e dove Dylan si confessa: "Relationships have all been bad, mine’ve been like Verlaine’s and Rimbaud". Non era mai successo che i due poeti francesi venissero citati esplicitamente in un suo testo. "Lily, Rosemary and the Jack of Hearts" è una lunga (forse troppo) favola western, che apre la strada ad uno dei momenti migliori del disco: "If you see her, say hello" è una canzone d'amore di cristallina bellezza, con un testo semplice ma dalla forza poetica dirompente. Dylan appare veramente cambiato: la sua disperazione, il distacco dalla donna desiderata non è più cantato con il ghigno sarcastico di un tempo, ma quasi con atarassica rassegnazione.
Ad un certo punto l'invocata Beatrice dantesca, la donna in grado di mettere fine ai tormenti del menestrello, sembra finalmente apparsa. "I came in from the wilderness a creature void of form, `Come in´ she said `I'll give you shelter from the storm´. "Shelter from the storm" è, senza mezzi termini, un capolavoro e rappresenta insieme a "Tangled up in blue" il picco emotivo del disco.
Alla fine del viaggio, dopo i tormenti e le sofferenze non resta che lasciarsi purificare da una pioggia a catinelle, quasi a lavarsi i peccati di dosso. E come in ogni disco memorabile, la pagina che chiude il libro non può che essere all'altezza: "Buckets of rain", con il suo fingerpicking scanzonato e le piccole immagini bucoliche che escono dalla mente di Dylan, ci lascia con un piccolo monito: "Life is sad, ife is a bust, all ya can do is do what you must, you do what you must do and ya do it well". L'unica cosa da fare, dunque, è fare il nostro dovere, a patto che lo facciamo bene. Con "Blood on the tracks" Bob si è ricordato che la via è questa: continuare a cantare e fare grandi dischi. È tornato, diverso ancora una volta da come è stato e da come sarà. Ferito, anche un po' invecchiato. Ma è di nuovo sulla strada, ed è solo questo quello che conta.


(Giovanni Ansaldo)