«CATTIVE ABITUDINI - Massimo Volume» la recensione di Rockol

Massimo Volume - CATTIVE ABITUDINI - la recensione

Recensione del 30 ott 2010

La recensione

Allora è questo, che succede, quando chi innova diventa un classico. Perché per chi oggi ha trenta e rotti anni "Cattive abitudini" è qualcosa di più di un gradito ritorno, frutto di una delle poche reunion autentiche - in Italia e non solo - che abbiano avuto luogo da qualche anno a questa parte. Perché i Massimo Volume, qualsiasi cosa facciano, si portano dietro il loro inevitabile bagaglio di storia (e storie), il loro inconfondibile charme, che in tanti - anzi, francamente, in troppi - hanno cercato di imitare, in ambito indie/alt italiano, ma che nessuno è mai nemmeno riuscito a sfiorare, neanche lontanamente. Si potrebbe affrontare analiticamente, "Cattive abitudini", osservando come - musicalmente - la ritmica prodotta da Clementi/Burattini non abbia perso un millimetro, in termini di smalto e profondità, e che le trame armoniche di Egle Sommacal si intreccino alla perfezione a quelle tessute dal nuovo acquisto Stefano Pilia, già co-fondatore dei 3/4HadBeenEliminated e nome noto agli appassionati di avantgarde, non solo italiani: c'è poi la registrazione analogica, in presa diretta, nella casa di campagna, tòpos ormai talmente sfruttato che rende credibilissimo quanto assicurato da Mimì, che parla di scelta affettiva più che ideologica. E poi, davanti a tutto, ci sono le parole di Clementi. Pesanti, come è giusto che siano. Profonde, come ci si aspettava e come doveva essere. Anche autoreferenziali, a tratti, ma va bene così. Perché, appunto, i Massimo Volume sono questo. Anche dieci anni dopo. Chi, dopo due lustri di stop, si aspettava grandi sconvolgimenti dalla band bolognese, vorticosi aggiornamenti a mode e modi, fuga su derive sonore che facessero dimenticare il poker "Stanze"/"Lungo i bordi"/"Da qui"/"Club privé", rimarrà deluso. Un'inversione di rotta, tuttavia, uno scatto in avanti come se un decennio si potesse riassumere in una manciata di canzoni, derubricando un così importante passato a trofeo da incorniciare a beneficio dei posteri, non avrebbe avuto alcun senso. Specie parlando dei Massimo Volume, band alla quale - nel bene e nel male - del giudizio degli altri, pubblico o critica che sia, è sempre importato poco o niente. Perché Clementi e compagni, con coraggiosa coerenza, hanno deciso di ripartire da là dove si erano fermati, riprendendo un discorso talmente personale e intimo che sarebbe per lo meno pretestuoso pretendere di proiettare al di fuori di tutto ciò che non sia il loro piccolo, ma immenso, universo poetico. Va bene, sono passati tanti anni, e gli anni non applicano sconti e si fanno sentire. Ma Mimì lo dice subito, in apertura, quando in "Robert Lowell" canta "Celebriamo allora i nostri sforzi, il solco avaro da cui siamo partiti. Chi l'avrebbe mai detto di ritrovarci qui, giugno 2010, in un pomeriggio di pioggia e di sole, seduti di fronte alle nostre parole?". Già, chi?
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